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CANTONE
08.07.20 - 21:350
Aggiornamento : 09.07.20 - 09:25

Il futuro fiscale incerto dei telefrontalieri

Il recente accordo tra Italia e Svizzera ha sanato i mesi della pandemia, ma dubbi persistono sul futuro del telelavoro

L'intesa resta valida finché sussistono le misure anti Covid in uno dei due Paesi. Il protrarsi del periodo, secondo il professor Marco Bernasconi, solleva tuttavia una serie di interrogativi

LUGANO - «Il telelavoro tra i frontalieri continua». A rilevarlo, dal proprio osservatorio, è Andrea Puglia, responsabile dei frontalieri per l’Ocst. Di fatto l’incertezza sul regime fiscale da applicare ai possessori di permesso G operativi da casa è stata spazzata via dall'accordo, siglato il 20 giugno scorso, tra Italia e Svizzera. Un accordo che per il periodo che va dal 24 febbraio al 30 giugno, ha considerato i telelavoratori italiani come fiscalmente attivi in Ticino. Evitando così loro il rischio di una doppia imposizione.

Di mese in mese - Dal 1. luglio si è invece entrati in un territorio che Puglia definisce «ambiguo». L’accordo è infatti tacitamente rinnovabile, di mese in mese, fintanto che in uno dei due Paesi continueranno a persistere le misure che limitano o sconsigliano la normale circolazione delle persone. Ciò, che al momento sembrerebbe valere solo per l’Italia, dove sono ancora in vigore i decreti anti Covid-19. «Secondo noi - dice il sindacalista - questo accordo può ancora essere considerato valido, altri sono invece un po’ più restii». Puglia cita in particolare «quelle aziende che dicono di non voler correre il rischio di dover poi pagare i contributi all’INPS (l’Istituto italiano che regola la previdenza sociale, ndr) o di far pagare ai propri lavoratori frontalieri le tasse in Italia».

Punti fermi messi in crisi - L’eccezionalità della pandemia e il massiccio ricorso al lavoro da casa hanno infatti messo in crisi due punti, in precedenza, fermi. Da un lato il fatto che il reddito maturato su suolo italiano da un frontaliere che opera in tele-lavoro dovrebbe essere tassato in Italia.  Dall’altro c’è il limite, stabilito da un regolamento europeo, del 25% di tempo massimo annuo svolto in telelavoro. Superata questa soglia l’azienda dovrebbe appunto pagare i contributi pensionistici all’INPS.

Le domande aperte - Se l’accordo tra Italia e Svizzera ha “sdoganato” le mutate abitudini dei frontalieri nel periodo della pandemia, non mancano le ombre. Le incertezze riguardano il futuro, spiega il professor Marco Bernasconi, esperto di fiscalità che al tema ha dedicato un articolo, firmato con Francesca Amaddeo, uscito su “Novità fiscali” della Supsi: «Se questa situazione dovesse perdurare per uno o due anni si porrebbero dei problemi molto seri - osserva il professore -.  L’Italia sarà d’accordo di rinunciare a tassare chi sta a Como o Varese ed è pagato da un datore di lavoro svizzero? E in tal caso quest’ultimo deve prelevare l’imposta alla fonte oppure no? E d’altro canto la Svizzera sarà d’accordo di continuare a versare i ristorni a chi rimane in Ticino per due o tre mesi di fila (si pensi al personale sanitario, ndr) e non ne avrebbe diritto? Le ombre stanno nel futuro».

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