CANTONE/CONFEDERAZIONE
23.03.17 - 07:270
Aggiornamento : 30.08.18 - 09:17

Una bici in Africa, un maglione in Perù: così ci piace investire

Ticinesi sempre più attratti da finanza sostenibile e microcredito, temi etici e ambientali. A non essere pronti sono, paradossalmente, i consulenti bancari

LUGANO - Investire i propri soldi in una bicicletta che porta la frutta al mercato di Kabul. Nei maglioni fatti a mano da una donna del Perù. Anche questo, o proprio questo, è "finanza sostenibile": opportunità di investimento alternativa e sempre più attraente, di questi tempi e da queste parti. La Svizzera è pronta, la Svizzera italiana anche di più. «Il nostro cantone manifesta grande interesse per i fondi di microcredito».

Chi non lo è, o non abbastanza, paradossalmente sono i consulenti delle banche. Che ancora se ne tengono troppo lontani, tanto da persuadere l'associazione Swiss Sustainable Finance a pubblicare un vademecum con i dieci motivi per cui sarebbe invece da proporre ai clienti elvetici, sensibili a temi ambientali e/o etici: anche quando si parla di soldi. «È chiaro, c'è chi è più sensibile, chi meno. Ma ci risulta che vi sia una buona domanda. In realtà, anche l'offerta da parte del mondo finanziario è buona, tuttavia i consulenti tendenzialmente esitano a proporre questi prodotti ai propri clienti», riconosce Alberto Stival, responsabile di Swiss Sustainable Finance per il Ticino, dove è anche vicedirettore del Centro studi bancari.

Dunque è proprio così: gli svizzeri vogliono "investire sostenibile"?

«L'interesse c’è. A volte non ci si rende conto, ma investire in un fondo "normale" può significare anche andare a finanziare attività o aziende che in realtà non piacciono per niente, come quelle che producono armi o che rispettano poco i diritti dei lavoratori. Con un po' di attenzione è possibile investire, invece, in fondi che hanno rendimenti paragonabili, se non addirittura migliori a lungo termine, ma nel rispetto dei propri valori».

Come si colloca a questo proposito il Ticino?

«Posto che quest'attenzione esiste in tutta la Svizzera, il nord del Paese è di regola un po’ più sensibile alle tematiche ambientali, il sud a quelle sociali. Si spazia quindi dalle energie rinnovabili al trattamento che viene riservato ai collaboratori di un'impresa, giusto per dare due esempi».

Davvero, per una volta, il Ticino non delude?

«In tutta onestà credo che sul tema della sostenibilità siamo ancora un po' indietro, penso sia una questione anche culturale».

E la Svizzera rispetto al resto del mondo?

«Nella sostenibilità la Svizzera crede molto. Il nostro impegno per quanto riguarda l'impatto ambientale è riconosciuto, gli obiettivi che ci siamo posti in relazione agli accordi di Parigi sul clima sono molto ambiziosi. Magari non saremo i primi assoluti, ma nell’ambito della finanza sostenibile abbiamo spesso avuto dei pionieri. Anche nel microcredito, per esempio, dove si va a finanziare micro-imprese dei Paesi in via di sviluppo, siamo fra i più importanti player al mondo».

Tiriamo le somme, a questo punto.

«Siamo ai vertici mondiali nella gestione patrimoniale e siamo credibili dal punto di vista delle tematiche ambientali e sociali. Abbiamo quindi tutte le carte in regola per promuovere la piazza finanziaria svizzera ai massimi livelli in relazione alla sostenibilità. In un momento in cui stiamo anche cercando di riposizionarci sul mercato, questo tema è un "di più" che può diventare un ottimo biglietto da visita».

Dunque, la domanda è scontata. Perché? Perché questa distanza da parte dei consulenti?

«Principalmente penso per una mancanza di conoscenza. Il tema è piuttosto nuovo ed è stato a lungo ritenuto solo di nicchia, di conseguenza il consulente spesso non è bene informato sul potenziale della finanza sostenibile. Probabilmente è vittima di una sorta di blocco psicologico, che in fondo appartiene a tutti: si pensa spesso che se investiamo il nostro denaro e facciamo anche del bene il guadagno sarà minore».

Invece?

«Invece spesso è il contrario. Molti studi accademici arrivano alla conclusione che, sul lungo termine, i rendimenti sono perfino superiori. Possiamo intuire la ragione. Se investiamo in aziende poco attente alle questioni ambientali, sociali e di governance e che magari incappano in disastri ambientali o scandali sociali che determinano la distruzione di buona parte del loro valore è chiaro che alla fine non ci avremo guadagnato, anzi».

Ma le aziende "etiche", poi, fanno guadagnare davvero?

«Investendo in aziende che hanno a cuore il proprio impatto sociale e ambientale si avrà un portafoglio meglio diversificato e con un rapporto tra rischio e rendimento probabilmente migliore».

Il cliente, invece, lo sa? O investe comunque, solo per convinzione, rassegnato magari a perderci qualcosa?

«Il cliente che richiede prodotti finanziari sostenibili solitamente è motivato da quelli che sono i suoi valori. Va in banca e chiede di investire per esempio in un fondo ecologico perché ci crede. La sfida è convincere anche chi non ha la stessa scala di valori che l'investimento sostenibile, semplicemente, può essere più vantaggioso anche in termini prettamente economici».

Chi è l'investitore tipo, oggi?

«Generalmente chi appartiene alle nuove generazioni, cresciute in un contesto dove per esempio il rispetto dell'ambiente è sempre stato un tema "all'ordine del giorno", è più interessato. A volte si tratta di persone che hanno ereditato un patrimonio importante dai genitori e che si rendono conto della fortuna avuta e vogliono impiegare questi soldi in maniera sostenibile».

E a che cosa punta, di norma? Pensa in grande, a progetti mondiali, o si fa bastare la piccola impresa che tratta come si deve i suoi dipendenti?

«A volte si parte dalla propria esperienza personale. Si installano i pannelli solari a casa o si compera un’auto ibrida e ci si domanda perché non investire anche una parte dei propri risparmi nelle energie rinnovabili, persuasi che possano avere grosso sviluppo nella realtà economica».

La parola al consulente, a questo punto: giusto??

«Esatto, la sostenibilità può essere per lui una grande opportunità perché permette di proporsi in maniera diversa e di instaurare una relazione con i propri clienti basata anche sui rispettivi valori».

Aziende locali ne possono trarre beneficio?

«Il modo più semplice per partecipare alla finanza sostenibile è investire in fondi composti da aziende quotate in borsa. Se si vuole puntare su aziende ticinesi si possono fare investimenti diretti, diventare cioè azionisti: ma servono capitali maggiori, è più complicato».

Dunque, in che cosa investiamo, nel concreto?

«In Ticino negli ultimi anni si è manifestato un grande interesse per i fondi di microcredito, che vanno in aiuto ai micro-imprenditori di Paesi in via di sviluppo. Piacciono anche i fondi tematici ambientali, solitamente quelli incentrati sulle nuove fonti energetiche». 

Ma investire in chi sta lontano ed è agli inizi non è un rischio?

«La domanda è legittima. Si pensa sia più rischioso, ma di regola questi fondi hanno un percorso di crescita costante e molto lineare. Mediante il micro-credito di distribuiscono tanti piccoli finanziamenti. Di 1.000 franchi investiti, magari 200 vanno alla signora che compera una bicicletta per portare la frutta al mercato in una cittadina africana, 500 a un'altra signora che cuce abiti in Perù e altri 300 per l'apertura di un negozietto di generi alimentari in Asia. In questi casi le persone sono così grate a chi dà loro una possibilità nella vita, considerando che non riescono per tutt'una serie di motivi ad accedere ai crediti bancari, che i tassi di rimborso sono altissimi, vicini al 100%. Queste persone onorano il loro debito. E nei rari casi in cui non ci riescono, gli importi sono comunque così modesti che l'impatto sull'insieme è minimo».

Smart-working: lavoro intelligente, meno spostamenti, meno emissione di CO2. Anche questo è finanza sostenibile?

«Anche. In questo caso, al di là dell'apparenza, la valenza è forse più sociale che ambientale. Da questo punto di vista, l'innovazione è un tema importante, che ha connotati anche generazionali».

Dalla scelta di imprese sostenibili alla "non-scelta" di fondi non sostenibili: il passo non è troppo breve?

«Di norma gli approcci sono due. C'è il positive screening, dove si cercano le aziende più virtuose secondo il settore d'interesse, e il negative screening, che esclude i settori economici ritenuti non-sostenibili. Se il cliente espone i suoi desideri, il consulente può cercare il mondo migliore per soddisfarli. È vero, magari i consulenti sono un po’ passivi su questo tema, ma ai clienti vorrei suggerire di esplicitare i propri interessi, di farli presente. Così facendo scoprirebbero, probabilmente, un mondo finanziario tutto nuovo».

Non sono frenati dalla paura di sbagliare?

«È così. Viviamo in un'era dove si fatica a credere che si può conciliare un comportamento etico con il guadagno. Le dinamiche a lungo termine lo smentiscono. Certo, a breve termine l’essere furbi può anche convenire. Il negoziante che inganna il cliente aumenta il suo profitto sul momento, ma poi il cliente non torna più e alla fine il negoziante avrà dei seri problemi finanziari. La dimensione del lungo termine è molto importante, nella finanza sostenibile».

Quanto tempo ci vorrà perché diventi "norma"?

«Al momento è ancora una nicchia ma stiamo assistendo ad una crescita esponenziale. Solo nel 2015, in Svizzera, le masse gestite secondo criteri di sostenibilità sono aumentate del 169%. Ora sta a noi come associazione e operatori finanziari fare cultura, dimostrare che si possono avere utili anche con approcci sostenibili». 

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