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07.07.16 - 07:030
Aggiornamento : 30.08.18 - 09:02

Sfondare nella vita con un'app: ma in tasca resta un sogno infranto

Aumentano i fallimenti in Ticino (+6%): e la metà sono start-up. Biotecnologie e information technology i settori più a rischio.

LUGANO - Sognano di fare successo, soldi, carriera; di sfondare nella vita con una bella idea che seduce il mondo: ma in tasca si ritrovano poi solo tanta delusione, e spesse volte un'app che non ha saputo farsi largo. Sono i giovani che decidono di fare impresa e presto rinunciano, dopo essersi scontrati con una realtà meno idilliaca di quella dipinta con eccesso di ottimismo.

Protagonisti primi di fallimenti aziendali in crescita, specie in Ticino: 191 nel primo semestre 2016, +6% rispetto a una media nazionale ferma al 4%. Per la metà si tratta di start-up: aperte da chi s'illudeva di farne un'attività per il futuro e chiuse dopo neanche cinque anni. «Oserei dire che non è una novità», riflette Roberto Poretti. Che ha concepito, realizzato e diretto per dodici anni il Centro promozione start-up di Lugano e oggi assicura: non c'è niente di cui sorprendersi.

Signor Poretti, che cosa non va?

«Nulla. Da sempre, nel mondo delle start-up, quelle che non riescono superano, nei numeri, quelle che invece raggiungono la meta».

Per quale motivo?

«Per la natura stessa delle start-up: almeno di quelle di cui mi sono occupato per anni, attive nel settore dell'innovazione, che sfruttano le nuove tecnologie o cercano di applicare in modo nuovo quelle già esistenti. Nascono con l'incognita di piazzare il loro prodotto sul mercato: in questo senso è più eclatante il fallimento di una società consolidata, che il mercato ce l'ha già, rispetto a quella che lo deve ancora cercare. Di solito, una start-up fallisce perché il mercato non risponde, perché il team promotore non è adeguato o, ancora, perché si sbaglia strategia».

Problemi di soldi?

«Un'altra ragione sta effettivamente nella maggiore difficoltà a reperire finanziamenti. Faccio un esempio. Davanti a una ditta che ha bisogno di un finanziamento ed è in grado di presentare i bilanci degli ultimi tre anni, una banca entra, di regola, nel merito. Una start-up come può però esibire la contabilità degli ultimi tre esercizi? Il finanziamento bancario dunque è precluso. Bisogna rivolgersi a chi agisce nel mondo del capitale di rischio: ma le società di venture capital intervengono solo a un certo livello, quando il grado di rischio è inferiore. Non resta che trovare altri fondi: i quali però sono limitati. E se nel momento in cui si esauriscono non se n'è trovati altri in tempo, si finisce per capitolare». 

Quali sono i settori più a rischio?

«Quelli che hanno bisogno di grossi capitali. Le biotecnologie, per esempio: da quando si comincia a lavorare su un principio attivo al momento in cui si arriva sul mercato con il proprio medicamento possono passare anche dieci, quindici anni. Se nel frattempo non c'è dietro chi finanzia, non si va avanti. Un altro ambito molto esposto è quello dell'information technology. Ci sono tante idee, ma poche arrivano a destinazione. Pensiamo alle app».

Un ambito troppo abusato: non trova? 

«La concorrenza è altissima: oggi ci sono sempre più persone che smanettano. C'è anche un problema di ritorno di investimenti. Per esistere, sono necessari introiti importanti: che richiedono un volume di utenti e clienti altissimo. A chi usa un'app non si possono chiedere che pochi centesimi».

App "pericolose" per l'aspirante imprenditore: meglio stare alla larga? 

«Esatto. È illusorio pensare di proporre una app allo scopo di guadagnare soldi senza pretendere corrispettivi per le prestazioni offerte. È un errore che fanno in tanti. Per far incuriosire un utente, l'app va data gratis. Si pensa di poter rientrare con i soldi della pubblicità: ma non si sta in piedi solo con quella, specie adesso che i prezzi sono crollati. Allora si prova a strappare soldi offrendo lo stesso servizio con qualche funzionalità in più: ma l'esperienza dice che c'è una certa resistenza da parte degli user a pagare ciò che fino a quel momento hanno avuto gratis».

L'impressione è che ci sia la corsa a inventare qualcosa di originale, ma si finisca per essere inevitabilmente scontati. 

«Esistono tante app, a volte create da gente che neanche pensava a fondare una società: e si tratta solo una percentuale minima rispetto a quanti ci hanno provato e non sono arrivati sul mercato. Quando poi l'app è davvero interessante, se la prendono i grossi gruppi».

Perché i fallimenti sono in aumento?

«Non mi sorprende neppure questo. È evidente che il rafforzamento del franco svizzero ha avuto un ruolo importante. Quanto alla moria di start-up, però, fa parte del gioco». 

E perché in Ticino più che altrove?

«Perché la struttura aziendale è più fragile. Qui hanno trovato campo fertile anche molte attività, soprattutto provenienti dall' Italia, che impiegano manodopera frontaliera a costi ridotti e con margini di guadagno pure ridotti. Basta un colpo di vento, come il rincaro di un prodotto all'estero a seguito del rafforzamento della nostra moneta, per metterle in grave difficoltà».

Non sarà invece che ce ne sono troppe? O che non esistono adeguate strutture a supporto?

«Io lo vedo più come un problema di debolezza strutturale che attanaglia una parte della nostra economia regionale».

Un errore da parte di chi avvia l'impresa?

«Non è propriamente un errore. È che si parte con un progetto in circostanze che si conoscono, ma si sottovalutano i cambiamenti che potrebbero intervenire. Se, nel frattempo, cambia il panorama esterno, s'incontrano delle difficoltà che non sempre si riescono a superare».

Non trova che ci sia una corsa smodata verso il successo? I soldi? I sogni? 

«Forse, ma non ho elementi per confermarlo, almeno alle nostre latitudini. Vedo, piuttosto, giovani - e meno giovani - che non trovano lavoro e, pur di non restare con le mani in mano, vanno a riprendere qualche idea rimasta del cassetto per cercare una soluzione al proprio problema di sussistenza. Diversi si mettono in proprio. Magari, all'inizio va tutto bene, ma se non riescono a consolidare l'attività, alle prime difficoltà sono costretti a gettare la spugna». 

Si diventa imprenditori per mancanza di alternative?

«Ho visto diverse persone che si sono lanciate perché costrette».

Non ci sarà troppa leggerezza? Una volta ci si pensava di più, prima di rischiare.

«Senza dubbio: una volta la decisione era più ponderata. Ma in Ticino non c'è mai stata una forte attitudine imprenditoriale. In passato, si è sempre preferito sapere i propri figli al sicuro in posti statali o parastatali. La propensione a fare impresa non è mai stata alta e oggi non credo la situazione sia molto cambiata. Al limite, la spiegazione va cercata nella disoccupazione».

A questo proposito, il CP Start-up non rischia di illudere?

«Al contrario. Uno dei suoi compiti è anche quello di evitare che qualcuno si lanci in imprese che sono manifestamente votate all'insuccesso».

Non si sente in colpa per aver tarpato le ali a chi non lo meritava?

«Al massimo mi sento in colpa per essere stato troppo severo, in alcuni casi».

Mai capitato di scartare qualcuno che ha avuto successo?

«Non che ne sia a conoscenza».

Quante idee sono state respinte?

«Dal 2004 al 2015 sono state esaminate circa 600 richieste. La nostra commissione di esperti ne ha promosse una sessantina».

Quante esistono ancora?

«Il 70-75% sono ancora attive. Ed è già un ottimo risultato. Ma, rispetto alle seicento arrivate sui nostri tavoli, sono meno del 10 per cento. Altri hanno tentato di partire comunque: e molti hanno chiuso».

Troppo difficile fare da soli?

«Lo dicono le statistiche: l'80% delle start-up che sono seguite da un incubatore sono ancora in vita dopo cinque anni. Fra quelle che hanno fatto da sé, la percentuale scende al 20%».

Chi muore merita davvero di morire?

«Ho visto morire anche belle iniziative. Ricordo un progetto interessante in ambito farmaceutico: si è concluso dopo tre anni, per mancanza di finanziamenti».

A quel punto, che si fa?

«Quando si è professionisti, si trova facilmente lavoro in altro gruppo. Per gli altri è più difficile. Ma aver seguito una strada individuale non è mai un'esperienza negativa. S' impara sempre qualcosa, che merita di trovare posto nel curriculum».

 

 

 

 

 

 





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