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CANTONE
19.12.18 - 17:240
Aggiornamento : 22:52

L’accusa: «I bambini vivevano in un clima di violenza»

Chiesta la condanna a nove anni di carcere per la madre accusata di aver tentato di uccidere i figli. Richiesti quattro anni di detenzione nei confronti del padre e due per il nonno

LUGANO - «Si sono preoccupati di tutto, meno che dei bambini». Così la procuratrice pubblica Valentina Tuoni, che chiede fino a nove anni di detenzione nei confronti dei tre imputati a processo per «una serie impressionante di atti violenti nei confronti dei figli». Si tratta della madre di 38 anni accusata di aver messo in pericolo la vita dei figli, ma anche del padre 33enne assieme al nonno (non presente in aula), che non avrebbero agito a protezione dei bambini. Bambini che hanno subito «un crescendo di violenza», per futili motivi «come non aver messo via i giochi». E vivevano «in un clima di privazioni, violenza e paura».

L’egoismo del marito - Il 33enne, la procuratrice lo ha ricordato nel suo intervento davanti alla Corte presieduta dal giudice Mauro Ermani, ha documentato gli episodi di maltrattamento fotografando le lesioni riportate dai figli. Ma non per denunciare la moglie: «Collezionava quelle immagini per poterla minacciare quando usciva di casa senza pulire o senza preparare da mangiare, oppure quando gli faceva credere di avere un amante». Un comportamento «dalle finalità puramente egoistiche».

Quel diario richiesto dal nonno - Il nonno, come spiega ancora l’accusa, aveva invitato il figlio maggiore a tenere un diario delle violenze subite. Un invito che il bambino avrebbe interpretato come un imminente aiuto da parte di qualcuno. Quel diario ha visto la luce, lo ha confermato il figlio in corso d’inchiesta, ma non è mai stato trovato. «E nessuno lo ha aiutato» sottolinea la procuratrice Tuoni.

Le minacce dei genitori - E i bambini non hanno mai parlato di quanto accadeva tra le mura domestiche. «Perché sono stati minacciati dai genitori, che se solo avessero accennato alla situazione sarebbero stati tolti dalla famiglia».

Collaborazione interrotta - L’accusa non lo nega, nella fase iniziale dell’inchiesta la donna 38enne «ha fornito la sua collaborazione, aprendo il libro sugli orrori fatti subire ai propri figli». Quando poi l’imputata è stata posta in esecuzione anticipata della pena, nei numerosi colloqui avuti col marito e il suocero «si è lasciata convincere che se avesse ritrattato le sue dichiarazioni, i bambini sarebbero tornati a casa».

Le richieste di pena - La procuratrice auspica quindi la conferma dell’atto d’accusa, che prevede tra l’altro l’imputazione  - per la donna - di tentato omicidio, per dolo eventuale. E nello specifico chiede una pena detentiva di nove anni nei confronti della madre, di quattro per il padre e di due per il nonno (in quest’ultimo caso senza opporsi alla sospensione con la condizionale). Per tutti e tre propone inoltre l’espulsione dalla Svizzera per un periodo di dieci anni. Per i consorti sono state considerate le conclusioni peritali, che riconoscono una scemata imputabilità media alla donna e una scemata imputabilità lieve-media al consorte.

La pretesa di risarcimento - «La vera sfortuna di questi bambini è di non aver potuto scegliere in quale famiglia nascere». È quanto dice l’avvocato Maria Galliani, rappresentante delle vittime, che avanza una richiesta di risarcimento per torto morale. «Hanno dovuto fare i conti con una realtà familiare che li ha letteralmente distrutti».

In conclusione della prima giornata processuale prende la parola anche l’avvocato Marco Masoni, che nel suo intervento si batte in difesa del nonno: «Non ha sempre avuto un comportamento esemplare, gli si può rimproverare di non aver avuto il coraggio di segnalare la situazione. Ma non è mancato il suo dovere di assistenza o educazione». E chiede il proscioglimento del suo assistito.

Gli interventi degli altri difensori - Pascal Cattaneo e Stefano Camponovo - sono previsti per domattina, a partire dalle 9.30.

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