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13.05.22 - 18:400
Aggiornamento : 16.05.22 - 09:41

«Vogliamo davvero chiuderci dentro a una fortezza e sparare a tutti quelli che si avvicinano?»

Carola Rackete, l'attivista tedesca salita alla ribalta nel 2019, oggi e domani in Ticino e ospite di ChiassoLetteraria.

Su come l'hanno dipinta i giornali: «Conosco tante capitane di vascello bravissime, io non sono una di loro».

CHIASSO - 34 anni, tedesca, plurilaureata, giramondo e capitano di vascello.

Così è diventata mediaticamente famosa l’attivista tedesca Carola Rackete, dopo aver forzato il posto di blocco al porto di Lampedusa nel 2019, per far sbarcare 42 migranti raccolti nel Mediterraneo e in fin di vita. 

La manovra le era costata un processo giudiziario (conclusosi senza condanna) e una lunga serie di attenzioni da parte dell’allora co-vicepresidente del Consiglio dei Ministri, nonché ministro degli Interni, Matteo Salvini.

Ospite di ChiassoLetteraria 2022, che ha come traccia tematica proprio il porto, Rackete di Italia e Salvini ha fatto subito noto di non volerne parlare, cancellando il ritratto che i media italiani le hanno dipinto addosso: «È un’immagine di me molto bidimensionale, ho fatto tantissime cose nella mia vita ma penso che l’immagine della capitana sia piaciuta perché ero una donna che stava facendo un lavoro da uomini. Non mi definirei così, conosco tante bravissime capitane di nave, ma non sono una di loro».

Solitamente schiva per quanto riguarda le conferenze e i talk in generale, è venuta a Chiasso con una volontà ben precisa: «Francamente non apprezzo molto la pubblicità, come quella che ho ricevuto con quanto successo a Lampedusa, ma ho anche capito che mai come oggi abbiamo tutti il dovere d'impegnarci in prima persona. Il motivo è che viviamo fondamentalmente in una società ingiusta, con tantissime problematiche - gli strascichi del colonialismo, il razzismo, le questioni di genere, la fondamentale questione ambientale - che devono essere fronteggiate, e il modo migliore per farlo è parlarne faccia a faccia».

Dalla sua esperienza italiana qualcosa, però, le è restato: «Ho capito che in Europa in tanti, soprattutto i giovani, cercano un’alternativa alla leadership che c’è. Un’altra cosa che ho capito è che soffriamo di un razzismo strutturale importante», e non si tratta di una frecciata a Salvini, «la mia storia ha catalizzato le attenzioni per tanti motivi ma anche perché ero giovane e bianca, molti attivisti di colore che si battono per la stessa causa, e con lo stesso coraggio, non possono dirsi così fortunati. Finiscono in prigione e nessuno ne parla».

Da sud verso nord e, in questi giorni, da est verso ovest. Anche la guerra in Ucraina è stata accompagnata da un flusso di migrazione - enorme - ma che ha ricevuto un’accoglienza ben diversa: «Penso che la reazione dell’Unione Europea e della Svizzera ha dimostrato che ci sono modi diversi per reagire all’emergenza migranti. Anche il permesso S speciale per i cittadini ucraini introdotto dalla Confederazione lo dimostra. Quello che mi chiedo è perché le stesse misure non sono state attivate per gli afghani e i siriani? Anche sulle loro teste cadevano delle bombe russe… La risposta si trova ancora nel razzismo strutturale».

La soluzione? Rackete ne ha una, ma è consapevole che sconfini (sic) nel territorio dell’utopia: «La direzione giusta è quella dell’ammorbidimento delle frontiere, perché vi possano essere dei flussi liberi e in grado di garantire la sicurezza dei popoli. In un futuro ideale dovrebbero essere abolite del tutto e, con loro, anche gli Stati nazione. Così non ci sarebbero più guerre per la supremazia territoriale. In fin dei conti il sistema attuale ha dimostrato di non funzionare, basti guardare alla disproporzione dell’uso delle risorse e delle emissioni, entrambi sbilanciati totalmente verso il Nord del mondo».

A proposito di emissioni e di crisi ambientale, è lecito aspettarsi una forte migrazione proprio legata al cambiamento climatico? «Certamente, la scienza lo sostiene anche se non sa ancora quantificarlo. Se non puoi coltivare perché il terreno è arido, se non puoi dare da mangiare alla tua famiglia, allora devi lasciare la tua casa. E nessuno lo fa con leggerezza, nessuno. Per quanto riguarda l’impegno degli Stati per evitare il tracollo ambientale, stiamo facendo troppo poco, bisogna radicalmente cambiare il modo di pensare e forse l’unica soluzione arriva davvero dal basso, attraverso l’attivismo».

Ultima domanda, sul filo di lana, riguarda Frontex - l’Agenzia europea della guardia di frontiera - che è anche oggetto di votazione questa domenica 15 maggio. Anche in questo frangente, Rackete, ha le idee ben in chiaro: «Ho lavorato da vicino con diversi gruppi di assistenza ai rifugiati e vi posso spiegare perché sia necessario votare no. Innanzitutto perché pensare di cambiare Frontex dall’interno è una speranza vana, ancora di più se sei come la Svizzera un membro di Schengen senza possibilità di voto. L’Agenzia è un ente privato che non risponde all’UE ma solo al suo consiglio d’amministrazione. In secondo luogo si basa su di un modo di gestire le frontiere razzista e basata sulla prevaricazione. Vogliamo davvero chiuderci all’interno di una fortezza-Europa e sparare a tutti quelli che si avvicinano? Lo so, è un’immagine colorita ma in ogni caso non è il futuro che voglio».

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