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GIUBIASCO
11.01.22 - 17:220
Aggiornamento : 21:01

Licenziati e riassunti (ma qualcuno no)

Il colosso DPD è finito nel mirino dei sindacati per quattro licenziamenti «scorretti»

GIUBIASCO - Licenziati, e poi riassunti da una nuova ditta. Non tutti però: solo quelli che non hanno creato problemi sindacali. Il colosso delle spedizioni DPD è finito nel mirino dell'Unia per una «violazione dei diritti sindacali» si legge in una nota odierna. 

L'azienda tedesca, di proprietà delle Poste francesi, si appoggia in Ticino a un'impresa subappaltatrice la quale - scrive il sindacato - di recente si è vista rescindere il contratto. Tutti gli autisti sono stati licenziati e poi riassunti da una neonata azienda con sede a Zurigo. 

Tutti? Non proprio. Quattro autisti «attivi dal punto di vista sindacale» sono stati lasciati a casa. La curiosa operazione è stata definita dal sindacato un «meschino stratagemma» di DPD per liberarsi dei dipendenti impegnati nel sindacato. Unia ha lanciato una petizione per chiedere il reintegro dei quattro autisti. Il sindacato, si legge nella nota, invita DPD a «comportarsi finalmente come un datore di lavoro serio e responsabile».

Anche il Forum Alternativo e il Partito Comunista hanno espresso solidarietà nei confronti degli autisti licenziati. «Da oramai un anno i lavoratori sostenuti da Unia si stanno battendo per migliorare le condizioni di lavoro alla Dpd caratterizzate da ritmi di lavoro forsennati, livelli salariali indecorosi, precarizzazione estrema delle condizioni d'impiego, assenza di tredicesima, abusi legali e contrattuali e gravi violazioni della libertà sindacale» scrive il Forum in un comunicato. «Grazie a un dumping salariale sistematico Dpd promuove una chiara concorrenza sleale nei confronti delle aziende presenti nel settore e ha una grossa responsabilità per la crescente precarizzazione delle condizioni d'impiego presenti nel settore della logistica». Da parte sua il PC definisce «gravissima» l'azione di Dpd perché «palesemente anti-sindacale». Nel merito i comunisti ricordano l'Articolo 26 della Costituzione cantonale che sancisce che lo Stato riconosce la funzione sociale dei sindacati e ne favorisce l’attività. «Lo Stato lo dimostri», sbottano gli esponenti del PC: «Non può voltarsi dall'altra parte con la solita scusa della libertà commerciale: soprattutto chi assume un ruolo sindacale, in tutela quindi dei propri colleghi di lavoro, in uno stato di diritto dovrebbe essere ancora di più protetto dalle ripicche padronali». 

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