Ecco tutti gli affari di Fidinam nel “vaso” di Pandora Papers

Dal broker accusato di truffe milionarie all’ex neo-nazista con interessi dal Giappone all’Italia passando dal Ticino


«La fiduciaria luganese in un caso, quello dei fratelli Meyer e Nessim El Maleh, ha proseguito ciò che altri avevano interrotto»


Lugano, Berna, Ginevra, Zurigo, Basilea, Lucerna, Mendrisio, Bellinzona. Milano, Montecarlo, Lussemburgo, Emirati Arabi Uniti, Hong Kong, Ho Chi Minhcity, Singapore e Sydney. Una presenza capillare capace di offrire “servizi di consulenza fiscale e aziendale in più di novanta Paesi nel mondo”. È evidente, è forse evidente che una simile ragnatela di servizi non possa non figurare tra la montagna di documenti che in questi giorni stanno scuotendo la finanza di almeno mezzo mondo. “Pandora Papers” è il nome dell’inchiesta giornalistica in cui figura anche il gruppo Fidinam di Lugano. Una ragnatela di servizi in tutto il mondo, appunto.


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“Pandora Papers”, che poggia le basi su 12 milioni di documenti riservatissimi, vuole svelare i segreti milionari offshore di centinaia di politici – di cui molti di primo piano -, big dello sport e dello spettacolo. E sta smascherando le attività di chi li ha aiutati – anche nel pieno o in una zona grigia della legalità – ad azzerare le tasse. Spesso sfruttando buchi e sfilacciamenti della rete normativa di controllo. È il caso della Svizzera dove, dal 2005 al 2016 – stando alle carte analizzate dall’“International Consortium of Investigative Journalists” – almeno 26 aziende svizzere hanno “fornito servizi a clienti le cui società offshore sono state successivamente indagate dalle autorità alla ricerca di prove di reati finanziari”.

Settemila società - Fra i documenti di “Pandora Papers” che si stanno pubblicando in questi giorni spicca il gruppo Fidinam. Più o meno la stessa cosa avvenne cinque anni fa con le rivelazioni dell’inchiesta “Panama Papers”. Collaborando con uno studio legale panamense – così emerge dai file di “Pandora” – Fidinam avrebbe contribuito a creare settemila società di comodo. Alcune non solo, non semplicemente “discusse”. Sono state coinvolte in scandali, in casi di sospetta corruzione o in indagini su truffe fiscali gigantesche.

Fidinam in Svizzera è una delle più antiche e qualificate, nel mondo della consulenza finanziaria e fiscale, società fiduciaria. Conosce le norme e i lati deboli delle leggi. Fidinam sa che consulenti finanziari e avvocati d’affari oggi in Svizzera “sfuggono” in un modo o nell’altro, a differenza delle banche, alla legge antiriciclaggio.

Il gruppo Fidinam, si legge sul sito ufficiale, dal 1960 è al fianco di aziende, imprenditori e privati. Lo slogan è: “Pensa in grande, al resto pensiamo noi”. Il “resto” è anche costituito – stando alle carte di “Pandora” – da intrecci e persone che oggi come in passato pongono interrogativi su alcune attività di Fidinam. Gruppo che, per tutta risposta all’“International Consortium of Investigative Journalists”, si è limitato a dire di aver rispettato ogni disposizione legale e ogni regolamento in vigore in Svizzera.


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Il broker italiano - Fra i dodici milioni di file analizzati, in quelli relativi alla Svizzera, il ruolo di Fidinam in alcune operazioni risulta chiaro, si afferma. “Talvolta era più che un ‘rappresentante’. Le entità che controllava a Panama e nelle Isole Vergini britanniche detenevano azioni di società clienti, prestiti agevolati tra società di comodo di diversi clienti e controllavano alcuni loro conti bancari”. Così si legge nell’inchiesta del “Consorzio internazionale di giornalisti investigativi”. Non solo. Secondo i documenti che si stanno portando alla luce Fidinam avrebbe proseguito alcune attività di consulenza anche dopo che altre finanziarie avevano interrotto quelle stesse attività per alcuni clienti. A comprova i documenti del “Consorzio di giornalisti” si riferiscono al caso di un broker italiano, Massimo Bochicchio, (arrestato lo scorso luglio dopo mesi di fuga) accusato di aver truffato anche alcuni vip dello sport. Era ricercato sia da Roma sia da Londra. “Bochicchio ha promesso agli investitori guadagni consistenti. Ha spiegato loro che tutto ciò che avrebbero dovuto fare era trasferire i loro denari su un conto di ‘Kidman Asset Management’. Stando a Bochicchio la società era affiliata al colosso bancario britannico Hsbc”. Ma così non era. Secondo i file segreti in possesso del “Consorzio investigativo” Kidman era una società nelle Isole Vergini britanniche. “Società di comodo”. A cui Fidinam, sempre secondo le carte, avrebbe fornito servizi, avendo anche una procura su un conto Kidman. I documenti dei magistrati italiani portano alla luce uno schema che fa sospettare un’appropriazione indebita di circa 600 milioni di euro. Stando dunque ai file di “Pandora” la connessione del gruppo Fidinam con Bochicchio e la Kidman è evidente. Si legge ancora nell’inchiesta “Pandora Papers”: “Bochicchio aveva aperto un conto per Kidman con Hsbc, dove un tempo lavorava come direttore degli investimenti. Hsbc ha chiuso quel conto nel 2017 dopo aver riscontrato delle irregolarità, secondo i documenti dei magistrati italiani. Poco dopo, due dipendenti di Fidinam che operano nelle Isole Vergini britanniche, hanno aiutato Bochicchio ad aprire un conto bancario Credit Suisse (…) Il Cs ha successivamente chiuso quel conto a causa di alcune anomalie (…) Nel maggio dello scorso anno il telefono di Bochicchio è stato intercettato dagli inquirenti italiani. Conversazioni con la moglie, clienti e soci in affari. In un’occasione si è lamentato perché alcuni clienti milanesi avevano chiamato Fidinam nel tentativo di riavere i loro soldi”. In questo caso il “Consorzio investigativo” cita alcuni documenti raccolti dal settimanale L’Espresso.

L’ex neo-nazista - Nel Luganese c’è una società. Stando al Registro di commercio si interessa del commercio e dell’esportazione a livello mondiale “in particolare di articoli di abbigliamento, pelletteria, prodotti tessili…”. La sua iscrizione risale al 2010 ma il suo nome è lo stesso di una società che negli anni Duemila aveva spinto i magistrati italiani a indagare. Stavano col fiato sul collo dell’ex nazifascista Delfo Zorzi. Nel 1997 utilizzava un telefonino intestato alla filiale svizzera di una società offshore, dicono le carte di “Pandora”. Zorzi “era cliente della Fidinam”. Nella seconda metà degli anni Novanta era stato denunciato per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e all’usura. Sullo sfondo il commercio di abbigliamento. Zorzi collaborava con un’italiana. Abitava a Milano ma in Ticino risultava avesse una villa. Era lei l’amministratrice della galassia di società legate alla commercializzazione di importanti griffe. Nell’inchiesta, allora, spuntarono gli uffici luganesi di una società giapponese. Il nome è lo stesso della società oggi iscritta sul Registro di commercio svizzero e che, come detto, commercia in articoli di abbigliamento, prodotti tessili, di profumeria, articoli di moda in generale. Fra questi anche pelletteria. E proprio di produzione di borse si interessava con Delfo Zorzi la donna con villa in Ticino. Secondo le carte dell’inchiesta penale dei primi anni Duemila, la donna era solita affidare ad alcuni dipendenti buste di denaro da consegnare a intermediari a Roma o in Ticino. Uno dei recapiti certi, stando alle carte di allora, gli uffici luganesi di quella società. Società che ha lo stesso nome e lo stesso scopo sociale di quella tuttora iscritta al Registro di commercio in Ticino.

Secondo le carte rese note da “Pandora” la società a cui erano intestati i telefonini di Delfo Zorzi era quella utilizzata per le attività di commercializzazione degli articoli di moda. La stessa in cui venivano portate da Milano buste di denaro e la stessa con cui Fidinam avrebbe lavorato aiutando di fatto Zorzi e i suoi partner commerciali ad amministrare le sue imprese di moda. Fra queste società anche una per fare importanti acquisti in Giappone.

Secondo le autorità italiane Zorzi ha utilizzato alcune delle sue aziende per eludere tasse per 80 milioni di euro. Sia Zorzi che Fidinam, si legge nell’inchiesta del “Consorzio”, non hanno commentato la vicenda.


AFP
La compagnia brasiliana Petrobras

Con lo studio Algocal - Secondo altri documenti un partner di Fidinam era “Àleman Cordero Galingo & Le”, noto anche come Algocal. Uno studio legale panamense, spiega “Pandora”, importante fornitore di servizi offshore. In un libro del 2014 (L’onestà non ha prezzo) Jaime Àleman ha spiegato alcuni meccanismi del lavoro svolto dallo studio. E cioè: “Il cliente è semplicemente andato in Svizzera… ha aperto un conto bancario numerato per il quale il beneficiario era una società panamense, che a sua volta operava in totale segretezza e non aveva l’obbligo di pagare le tasse né in Svizzera né a Panama (…) Le autorità del Paese di residenza di quel cliente non sapevano dell’esistenza di quei fondi, quindi non potevano riscuotere le tasse”. Così ha scritto nel suo libro Àleman.

Bene, sempre stando ai file di “Pandora”, “dai primi anni Duemila Fidinam ha collaborato con Àlgocal per creare più di settemila società di comodo per la sua clientela internazionale (…) e ha ripetutamente assicurato al partner panamense che avrebbe adottato ‘tutta la ragionevole cura per garantire che non si verificassero attività di riciclaggio di denaro’”.

Il “Consorzio di giornalisti investigativi” afferma che almeno trenta dei loro clienti sono stati indagati per crimini finanziari. Per esempio, “nel 2017 si è scoperto che Fidinam e Algocal avevano aiutato Paolo Roberto Costa, ex dirigente della compagnia brasiliana Petrobras, a creare due società di comodo”. Un intreccio di tangenti che ha coinvolto alti funzionari pubblici in una dozzina di nazioni del Sud America e del Centro America. Costa si è dichiarato colpevole. Tredici clienti, si sottolinea nell’inchiesta “Pandora Papers”, tredici clienti Fidinam con società offshore sono stati indagati nell’operazione sudamericana “Car Wash”.


Reuters
Dai documenti segreti dello studio legale panamense Mossack Fonseca, cinque anni fa, è partita l’inchiesta giornalistica “Panama Papers”

 

I due fratelli - L’inchiesta giornalistica “Panama Papers”, quella condotta dallo stesso “Consorzio investigativo” cinque anni fa, partiva dai documenti segreti di uno studio legale panamense, Mossack Fonseca. Fra i molti casi citati quello di due fratelli di origine marocchina, Meyer e Nessim El Maleh. Nel 2013 sono stati condannati in Svizzera per il riciclaggio di circa 800 milioni di dollari, così ricorda l’inchiesta “Pandora”. Dopo queste condanne lo studio Mossack Fonseca ha messo alla porta i due clienti. Così non è stato, sempre secondo i file di “Pandora”, per Fidinam e Algocal. “Fidinam ha continuato a lavorare per le società dei due fratelli. Compresa quella obiettivo dell’indagine svizzera sul mega riciclaggio di denaro. Un tribunale francese nel 2018 ha condannato i due fratelli per un caso correlato”.

Il “Consorzio investigativo” spiega che sia i due fratelli sia la Fidinam non hanno voluto commentare i fatti. Quest’ultima in un’email ha però sottolineato di “collaborare con le autorità in caso di indagini”. Così pure ha fatto lo studio Algocal, dicendo di rispettare norme e leggi e di cooperare da sempre con le autorità su precisa richiesta.

I piccoli consulenti - Sono altri, molti altri i casi emersi e portati alla luce da “Pandora Papers”. Molti in Europa e altri in Svizzera. L’inchiesta del “Consorzio investigativo” afferma che la maggior parte dei consulenti finanziari elvetici ha un “profilo pubblico inferiore rispetto a Fidinam. Ugualmente però i ‘Pandora Papers’ mostrano che anche loro sono stati determinanti per alcuni potenti personalità”. Si cita il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, e il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin.

Sentieri incontrollati - Una montagna di documenti, dunque, ma alla fine quel che resta è solo e soltanto un fatto. Esiste una rete, e non è una novità, di consulenti in grado di muoversi fra gli stretti sentieri incontrollati da norme e leggi. In Svizzera se ne parla da tempo, cercando di assoggettare consulenti e avvocati d’affari alle norme antiriciclaggio. In tutto e per tutto. Le lobby per ora l’hanno avuta vinta. O quasi.

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