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Gli studenti del Politecnico di Losanna a lezione.
CANTONE
22.09.21 - 06:000
Aggiornamento : 06:35

I ticinesi rientrano all'università, tra entusiasmo e controlli del Certificato

Dopo un anno di studio da casa, condito da noia e solitudine, tre studenti ci raccontano il loro ritorno in aula.

E, per quanto riguarda il certificato Covid, alle Università di Berna, Neuchâtel e Friburgo c'è già stato qualche controllo.

BELLINZONA - Vociare di studenti nei corridoi. Cappuccini fumanti in caffetteria. Code davanti ai segretariati. È tempo di rientro a scuola nelle università svizzere. E dopo un intero anno di didattica a distanza, il grande inizio ha un sapore tutto nuovo. Soprattutto per chi ha esordito nel suo percorso universitario già in piena pandemia. Tio/20minuti ha intervistato tre di loro.

Uscire dalla solitudine - Nina Martignoni, studentessa di Biasca, è al secondo anno di bachelor in storia e archeologia all’Università di Neuchâtel. «Ritrovarsi a scuola, con tanta gente, è stato strano ma bello. Durante lo scorso anno quello che è mancato sono soprattutto i rapporti umani. Purtroppo io non avevo conosciuto praticamente nessuno, neanche un ticinese». E la realtà quotidiana non era delle più facili. «Mi sono trovata molto sola, e credo che tanti studenti hanno vissuto questa situazione un po’ deprimente. Ora invece ho già avuto l'occasione di fare conoscenze». E, per quel che riguarda la questione certificato Covid, obbligatorio all’Università di Neuchâtel, Martignoni spiega che i controlli erano presenti, anche se solo nello stabile principale del campus.

Le divisioni - È stato un rientro speciale anche per Gaël Della Santa, originario del Mendrisiotto e studente di Informatica di gestione all’Università di Friburgo. «In mensa praticamente non si poteva entrare. I corridoi erano pieni. Un’altra storia rispetto allo scorso anno, durante il quale si studiava, mangiava e dormiva sempre nelle mura di casa». C’è poi un’altra differenza sostanziale: anche all’Unifr il certificato Covid è obbligatorio. E, nonostante vi sia comunque la possibilità di seguire i corsi da casa, l’università dichiara espressamente di «non poter garantire, a causa delle particolarità dell’insegnamento in presenza, una qualità d'insegnamento equivalente». Lo si legge in un comunicato della rettrice Astrid Epiney. Sul campus non c’è però stata nessuna protesta, assicura Della Santa, anche se qualche malumore c’è. «Non sono d’accordo sull’approccio adottato rispetto alle lezioni online. Non è per niente giusto mettere da parte, in termini di qualità, questa opzione. Soprattutto considerando che l’università si paga. Se ho scelto di andare lì e l’insegnamento non è quello che deve essere non è il massimo». 

Dal letto all’aula scolastica - Giotto Celio, leventinese e studente di scienze sociali all’Università di Berna, descrive il rientro scolastico come un dolce riunirsi con la normalità. «Quando è scattata la chiusura delle università lo scorso anno, io e i miei compagni di facoltà avevamo a malapena fatto in tempo a memorizzare i nostri nomi». Il primo giorno è invece stato «come ricominciare tutto da capo. Nell’aria c’era tanto entusiasmo. Trovarsi in un’aula vera, avere davanti un professore in carne e ossa e tutti i compagni ci dà speranza che quest’anno possa essere diverso». E diverso lo è di sicuro, anche solo per il fatto che negli stabili universitari non si entra se non tamponati, guariti o vaccinati. E qualche controllo, racconta il giovane studente, c’è anche qui. «Vengono effettuati in alcuni spazi comuni, come ad esempio in caffetteria, e pare che faranno dei controlli a campione anche nelle aule. La mascherina resta obbligatoria perché gli auditorium sono a piena capacità». E, guardando allo scorso anno, Celio sottolinea il valore della lezione in presenza: «Si possono fare domande, il professore porta degli esempi e non si limita a leggere il powerpoint», mentre con la didattica a distanza «è facile procrastinare il lavoro e non tirare insieme nulla. È già bello che ti vesti e ti alzi dal letto».

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