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CANTONE
07.09.21 - 06:020
Aggiornamento : 08:36

«Se lo dice Marco Chiesa mi compro i Bitcoin»

Il presidente dell'UDC viene reclutato - a sua insaputa - come testimonial di un trading truffaldino di criptovalute

Era successo anche a Roger Federer. «Alla base di questa truffa c'è il furto d'identità» spiega l'esperto Alessandro Trivilini. Il consiglio alle vittime è di fare denuncia, ma anche chiedere a Facebook chi si nasconde dietro l'account fraudolento. Chiesa: «La denuncia si impone».

LUGANO - Testimonial, suo malgrado, di una truffa online. Dopo Roger Federer, anche Marco Chiesa finisce tra i reclutati - a loro insaputa - di un raggiro che su Facebook pubblicizza un programma di trading automatico per l’acquisto di criptovalute. 

«L’ultimo investimento di Marco Chiesa ha lasciato gli esperti a bocca aperta e spaventato le banche». Titola la schermata che si apre sotto la testata del "Corriere del Ticino". Il presidente e consigliere nazionale ticinese, prosegue il presunto articolo, «si è fatto un nome grazie alla sua capacità di parlare senza peli sulla lingua e non ha paura di svelare come guadagna i soldi».

Salvo un piccolo dettaglio, cioè che non è vero niente, Chiesa non si è lasciato scappare il suggerimento finanziario durante un’intervista rilasciata a «il Faro del TG, condotto da Angelo D’Andrea» (un programma peraltro inesistente). E non è successo nemmeno che, poco dopo la messa in onda, sia intervenuta la banca BNP Paribas per bloccare la divulgazione della dritta che, millanta il testo dell’articolo, «può far diventare milionario chiunque, nel giro di 3-4 mesi. Chiesa ha consigliato a tutti gli svizzeri di approfittare di questa incredibile opportunità, prima che le grandi banche la blocchino per sempre».

Sembra una fregnaccia per polli (e pure lo è). L’aspetto tuttavia inquietante, e pericoloso, sta nella verosimiglianza della cornice mediatica in cui le presunte parole, ma le vere fotografie!, del politico democentrista vengono presentate. «È un fenomeno nuovo per dimensioni, ma vecchio nella sostanza. Alla base di questa truffa c’è il furto d’identità» spiega il professor Alessandro Trivilini, membro del gruppo cantonale Cyber Sicuro.

L’aspetto positivo è che in Svizzera, contrariamente ad altri Paesi, vi sono tre reati perseguibili che possono scaturire dal furto d’identità. La vittima, il Chiesa o il Federer di turno, dispone cioè degli strumenti legali per difendersi. «Ma non è una questione di popolarità - rimarca Trivilini -. Anche perché sui social media il concetto della fama è relativo e chi ha cinquemila amici, poniamo, nella "Comunità dei fichi secchi", se riesce a convincerne mille ad acquistare criptovalute, può risultare più persuasivo della celebrità straseguita».

Lo scopo del furto d’identità, continua l’esperto, «consiste nello sfruttare l’immagine di una persona per indurne altre a intraprendere un’azione. Nel caso specifico questo agire è rivolto agli investimenti nelle criptovalute». Anche la cornice giornalistica simulata ha un suo perché: «Le criptovalute sono un tema all’ordine della cronaca giornaliera con il Bitcoin che continua a salire e a far discutere. Le persone meno preparate ed emotivamente più fragili o credulone, se vedono l’immagine di una persona che stimano e conoscono, possono cascarci». È il “trigger” che li porta a fare clic.

Questo alla voce avicola dello spiumato. Poi c’è l'altra vittima, Marco Chiesa in questo caso, che si vede reclutato come “testimonial” della truffa. «Essa - sottolinea Trivilini - può ritrovarsi senza colpa in situazioni delicate. Ad esempio, le persone raggirate dall’acquisto di criptovalute potrebbero essere portate a dire pubblicamente, o addirittura in sede di denuncia in caso d'investimenti ingannevoli stimolati e promossi con questi messaggi, di aver fatto l’investimento perché il politico ticinese lo consigliava sui social».

Per fortuna dal profilo legale chi viene trascinato in questo gioco sporco dispone, in Svizzera, di tutele scolpite nel Codice penale. Sentiamo ancora l’esperto: «Dicevo prima dei tre reati riconducibili in termini di conseguenze al furto d’identità: innanzitutto i reati contro l’onore (quindi la diffamazione e la calunnia, art. 176 CP); poi c’è la diffamazione data dal fatto che viene suggerita una condotta disonorevole o fatti che nuocciono alla reputazione della persona coinvolta (art. 173 CP); infine, la calunnia, in forma qualificata, lesiva della reputazione di una persona (art. 174 CP)».

L’aspetto da non sottovalutare è che i danni, «che possono nascere dalla persuasione del messaggio non sono solo economici, ma anche reputazionali, personali e famigliari. Per cui formulando una denuncia, le autorità giudiziarie e di polizia hanno gli strumenti per procedere». Il danneggiato, nel concreto, spiega il professore della Supsi, «può chiedere alla Polizia di segnalare a Facebook (che su questo aspetto è molto sensibile) che è stato commesso un furto d’identità allo scopo di diffondere contenuti ingannevoli e non veritieri (fake news) molto delicati in grado di causare danni economici, anche irreversibili, a persone ingenue. Al tempo stesso la vittima del furto d’identità può chiedere a Facebook chi si nasconde dietro l’account fraudolento, essendo questi messaggi sponsorizzati. Facebook guadagna da queste campagne social, per cui non può sottrarsi alle responsabilità di segnalare alle autorità competenti, laddove vi fosse una denuncia, l’identità dei truffatori, a volte la territorialità trova riscontri inaspettati».

Infine, su un piano di gravità inferiore ma non innocente, questo tipo di furto d’identità sfrutta anche l’abuso dei loghi delle testate giornalistiche. È la cornice “credibile” in cui la truffa si concretizza e da cui trae credibilità e fiducia. «Si tratta del cosiddetto Pharming, ossia la tecnica d'inganno cognitivo usata per riprodurre, ad esempio con tutti i loghi e testi e i riferimenti nominali ufficiali, l’identità del sito istituzionale di una banca o della Posta, così da avvalorarne l’autenticità». Ecco perché per spezzare la scatola cinese dell’inganno incrociato è decisivo denunciare. Così da rimettere Chiesa al centro del villaggio reale dove i milioni non piovono quasi mai dal cielo.

La reazione di Marco Chiesa: «La denuncia si impone»
Chiamalo l’effetto popolarità. Ma essere in compagnia del tenni-star Roger Federer, tra gli svizzeri più noti cui hanno rubato l’identità per promuovere il raggiro non è di consolazione. Non scherza su quanto accaduto il presidente dell’Udc: «In effetti a seguito delle segnalazioni che mi sono pervenute - dichiara a Tio/20Minuti il consigliere agli Stati, Marco Chiesa - mi è sembrato corretto smentire immediatamente via social ciò che sta circolando e avvisare la nostra polizia che ha un gruppo di specialisti appositamente formati. Siamo in presenza di una truffa e mi auguro che nessuno abbia potuto credere a queste fake news». Il politico ticinese rileva un dettaglio inquietante: «Ciò che mi ha però seriamente preoccupato è sapere che una persona di mia conoscenza ha ricevuto una telefonata da parte di un operatore di una sedicente piattaforma online che si riferiva proprio a questo annuncio e alla mia persona. Questo è veramente preoccupante perché dalla rete impersonale e generica si passa al contatto diretto con la persona che si intende truffare. In questo caso si impone passare a una denuncia formale».

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