Keystone (archivio)
CANTONE
02.08.21 - 07:300
Aggiornamento : 10:06

Infermiere non vaccinate: «Anche noi possiamo decidere della nostra vita»

Molti sanitari in Ticino non hanno ancora avuto un tête-à-tête con Pfizer o Moderna. Ecco le motivazioni.

Alessandro Ceschi, primario dell’EOC e membro della Taskforce sulla sicurezza del vaccino Covid-19 di Swissmedic, risponde.

BELLINZONA - Professione assistenti di cura, infermieri, medici. Ma non necessariamente vaccinati. Molti sanitari non hanno ancora detto sì alla somministrazione del preparato immunizzante. Tio/20minuti ha raccolto le voci di alcuni di loro, quattro infermiere attive professionalmente all’Ente ospedaliero e nelle cure a domicilio, per capire meglio il perché di questa scelta. A rispondere a dubbi e prese di posizione Alessandro Ceschi, primario dell'EOC, direttore medico e scientifico dell’Istituto di Scienze farmacologiche della Svizzera italiana ed esperto della Taskforce di Swissmedic sulla sicurezza dei vaccini anti Covid. 

Uno sguardo in avanti - Una delle motivazioni principali addotte, citata da tre infermiere sulle quattro intervistate, è la paura del vaccino per le possibili conseguenze a lungo termine. «Il mio pensiero è che in futuro il vaccino potrebbe portare delle gravi ripercussioni a livello di salute», spiega una giovane infermiera. «Non sono nemmeno sicura io di questo, però sono dell’idea che comunque non sappiamo esattamente cosa ci stiamo iniettando in corpo». Un’altra, convintasi infine il mese scorso e ora vaccinata, cita come motivazione della lunga attesa «la paura dei possibili effetti collaterali a lungo termine, come per esempio la sterilità», sottolineando poi che «purtroppo questi li potremo conoscere solo tra qualche anno». 

Effetti post-vaccino - Una seconda argomentazione, citata da due delle intervistate, sono i sintomi che possono insorgere dopo la somministrazione del vaccino, che in alcune persone perdurerebbero per ben più di uno o due giorni. «In questi mesi», riporta una delle due, «mi sono rapportata con persone che si sono vaccinate, sia pazienti che conoscenti, che, soprattutto dopo la seconda dose, hanno avuto dei sintomi pesanti. Alcune di loro, anche a distanza di mesi dall'inoculazione, non si sentono più in forma come prima, hanno stanchezza, dolori generalizzati, problemi di respirazione».

A rischio e non a rischio - Il gruppo di infermiere solleva inoltre l'aspetto relativo a età e stato di salute: «Non obbligano anziani e persone a rischio a farlo, e molti non si vaccinano. Tutti possono decidere cosa vogliono fare della loro vita, perché noi non dovremmo?! Io sono giovane e in salute», sottolinea una di loro. «Sono a favore del vaccino, ma più che altro per le persone con fattori di rischio», spiega un’altra, aggiungendo di voler aspettare «prima di tutto perché sono scettica rispetto all'efficacia. E poi anche come principio, perché ci stanno praticamente obbligando, e io sono a favore della libertà di scelta».

Ragioni alternative - Tra le quattro intervistate, sorgono anche argomenti meno main-stream. Queste le parole di una delle curanti: «Vorrei almeno avere la scelta di che vaccino fare, non quello che mi viene imposto. Io sono più propensa ai vaccini a base di virus inattivati, come quelli sviluppati in Cina. Ma, dal momento che questi preparati non sono omologati in Svizzera, vaccinarmi non mi darebbe nessuna libertà in più». E ancora: «Sono felice di essermi ammalata di Covid a febbraio, così posso aspettare e vedere come evolve il tutto. Se in autunno e inverno la situazione dovesse essere come quella dell’anno scorso, sarebbe inutile vaccinarmi, perché vorrebbe dire che questi preparati non coprono veramente come dicono». 

Le risposte del Dottor Ceschi

Non ci sono sicurezze rispetto alle conseguenze a lungo termine del vaccino. Perché dovremmo buttarci nel vuoto?

«Nonostante come per ogni nuovo farmaco o vaccino non sia possibile escludere a priori l’insorgenza di eventuali effetti collaterali tardivi, questi eventi, se si manifestano, sono solitamente molto rari. Attualmente non vi sono indizi che lasciano presagire che qualcosa del genere debba avvenire. Ad oggi il bilancio tra benefici e rischi dei vaccini in questione è chiaramente favorevole. Disponiamo inoltre già di dati a medio termine se consideriamo che gli ampi e rigorosi studi clinici che sono stati svolti prima dell’omologazione di questi vaccini hanno incluso i primi pazienti proprio un anno fa, e non sono noti indizi di effetti negativi. In ogni caso la stretta sorveglianza messa in atto da Swissmedic in collaborazione con i Centri regionali di farmacovigilanza in Svizzera, come pure dalle autorità corrispondenti all’estero, ha tra i suoi scopi anche quello di identificare precocemente eventuali reazioni avverse tardive, qualora si dovessero manifestare, in modo da poter intervenire rapidamente se dovesse essercene necessità».

Post-vaccino alcune persone ci hanno riferito di forti sintomi, persistenti anche dopo mesi. Non è meglio il Covid che questo?

«Sono ben noti una serie di effetti collaterali dei vaccini in questione, sia localmente al sito di iniezione (dolore, arrossamento, gonfiore, prurito) che generalizzati (quali ad esempio stanchezza, mal di testa, febbre, brividi, dolori osteomuscolari), che possono transitoriamente anche essere di intensità importante e costringere a letto la persona per uno-due giorni». Ceschi specifica però che «tipicamente queste problematiche hanno appunto una durata limitata, di alcuni giorni, per poi regredire in modo spontaneo e completamente. Al contrario è altrettanto ben noto che il Covid può, e non di rado, causare dei danni con conseguenze importanti e anche prolungate».

Se siamo giovani e in buona salute, e non si obbligano anziani e persone a rischio a farlo, perché noi dovremmo?

«Questo aspetto è più vicino alla politica sanitaria che alla farmacologia clinica, per cui mi sento meno competente per rispondere. Però direi che nonostante sia vero che il rischio individuale di un decorso severo di un Covid per una persona giovane sia più contenuto rispetto a quello di una persona anziana o con patologie soggiacenti, non va dimenticato che i sanitari sono a stretto contatto quotidiano, per scelta professionale, con pazienti spesso anziani e con malattie che li predispongono ad un decorso severo di malattia. In questo caso, trattandosi di una malattia trasmissibile, è dunque riduttivo e non corretto considerare solo il rischio individuale, e credo sia necessario tener conto della responsabilità che come sanitari abbiamo nel proteggere al meglio delle nostre possibilità i pazienti che curiamo». 

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