E.P.
Battista Venturini
BELLINZONA
12.07.21 - 06:000
Aggiornamento : 07:59

L'uomo che con la sua gamba di legno portò il gelato a Bellinzona

La storia di Battista Venturini, gelataio ma non solo: «Nonostante perse un arto, continuò a fare il selciatore».

Parte della pavimentazione originale del Viale Stazione l'ha fatta lui.

BELLINZONA - «Il carretto passava e quell'uomo gridava: gelati». Alle nostre latitudini quell’uomo era Battista Venturini. Famosissimo nel Bellinzonese, dove nel 1894 è stato il primo ad avviare un’attività gelatiera in una città in cui «nessuno ancora aveva idea di cosa fosse» né «che gusto avesse», quella di Battista e della sua famiglia è una bella storia d’integrazione, inventiva, immigrazione e sacrifici.

Per saperne di più abbiamo intervistato Elisabetta Peduzzi, autrice del libro “Le stagioni dei Venturini” (Edizioni iet) e nipote di Battista, che ci ha raccontato la storia del bisnonno e della sua discendenza, accompagnandoci per mano in una sequela di avventure: dall’invenzione della leggendaria parigina a storie di sofferenza (l'incidente che gli fece perdere la gamba). Altre che hanno come sfondo la Prima Guerra mondiale (in cui Battista, che mantenne il passaporto italiano, si arruolò volontario), il secondo conflitto e la persecuzione degli ebrei.

Una storia che si è tramandata di generazione in generazione e che Elisabetta ha voluto raccontare dapprima alla figlia Chiara, per poi condividerla con tutti i ticinesi. Il libro alla fine è nato così. Un po’ per caso. «Invece delle fiabe la mia bimba - ci spiega Elisabetta Peduzzi - voleva che le raccontassi le storie dei bisnonni. Allora ho deciso di metterle nero su bianco. Ho quindi fatto una piccola raccolta di storielle per lei. Poi il mio amore per la scrittura ha fatto il resto ed eccoci qua a parlare del libro».

Quali sono gli aneddoti del libro che più le stanno a cuore?
«Ciò che ricordo con più affetto sono i racconti del mio bisnonno. E le storie sulla sua gamba di legno che lui aveva affettuosamente chiamato Guendalina. Lui ne parlava come se fosse una sua compagna. E spesso ne narrava le vicende umanizzandola e rendendola viva. I suoi racconti a noi nipoti erano spesso incentrati sulla “magia” di questa gamba. Ricordo anche con molto affetto la vicenda delle caramelle della mia cara Zia Pina, figlia di Battista. E poi la figura di Suor Saverio, sorella della mia bisnonna Maddalena».

Storie che poi lei ha riportato nel libro.
«Sì. Sono i racconti che ci siamo tramandati in famiglia, nelle tante domeniche in cui ci riunivamo, spesso a casa di mia mamma Elena. Alcuni aneddoti li ho sentiti direttamente dal bisnonno e dalla bisnonna, che ho frequentato giornalmente fino a quando se ne sono andati e io ero ormai un’adolescente».

La storia di Battista si intreccia con quella di Bellinzona. Cosa ha lasciato in dote alla città oltre al gelato?
«In effetti la mia famiglia è conosciuta principalmente per il gelato. Ma pochi sanno che Battista d’inverno faceva il selciatore per portare a casa qualche soldo. Lui è tra coloro che hanno posato i sanpietrini che un tempo componevano il Viale Stazione e che ora sono stati sostituiti. Ma ci sono delle zone di Bellinzona, penso in piazza Governo, in cui c’è ancora il selciato originale posato dal mio bisnonno. Ha quindi lasciato un segno tangibile che vediamo tutti i giorni nella capitale. Un lavoro faticoso che a noi raccontava sempre tramite le imprese della sua gamba Guendalina. Che lui toglieva prima d'iniziare il lavoro e che poi - ci diceva - lo raggiungeva una volta finito per tornare a casa».

Il bisnonno era quindi anche un’artista…
«Aveva una gran fantasia ed era un uomo arguto. Scriveva tantissimo e nonostante avesse frequentato poco la scuola lo faceva benissimo. Alcune sue memorie le abbiamo salvate (il vademecum del combattente la cui copertina è pure presente nel libro, ndr), altri testi purtroppo sono andati perduti».

La storia di Battista è pure una storia di emigrazione. Perfettamente riuscita. Può essere un messaggio per il mondo d’oggi?
«Potrebbe, certo, essere un esempio. Anche se oggi il mondo è così cambiato. La sua, che proveniva da un piccolo paesino della provincia di Brescia, è una storia di un’integrazione perfettamente riuscita. E anche di successo. Una vicenda che però trovo ammirevole è quella legata all’accoglienza. Durante la Seconda Guerra mondiale nella casa dei miei avi visse una bimba ebrea per tutto quel difficile periodo. Allora vi erano molti meno mezzi, ma vi era una maggior solidarietà. Le famiglie che avevano qualcosina in più delle altre aprivano le loro porte a chi aveva meno. Il legame con quella famiglia e quella bambina (che ora ha più di ottant’anni e vive a Torino, ndr) è rimasto indelebile nel tempo. Anche questo è uno dei racconti presenti ne “Le stagioni dei Venturini”. Storie e riflessioni che si possono benissimo riportare all’attualità».

E.P.
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