Luigi Mazzola
CANTONE
05.07.21 - 19:440
Aggiornamento : 21:47

«Quella volta che vidi Schumacher in lacrime»

Luigi Mazzola, icona della Formula Uno nel team Ferrari, oggi è un coach emozionale a Lugano

Ha conosciuto i grandi, da Senna a Valentino Rossi. Ora cerca di trasferire il suo know how alle aziende. «Perché la tecnica non basta per vincere, serve anche mettersi in contatto con l'inconscio»

LUGANO - Luigi Mazzola è un’icona vivente nel mondo della Formula Uno. Dal 1988 al 2009 ha lavorato in Ferrari prima come race engineer, poi come dirigente dello sviluppo della performance. Al suo attivo ha ben quattordici campionati mondiali vinti: otto costruttori e sei piloti. È diventato un commentatore televisivo per Sky e Rai. Ma l'esperienza che ha maturato nel paddock ha voluto trasferirla oltre il mondo dei motori. Lo ha fatto lanciandosi in una nuova avventura, quella del testimonial emozionale, formatore ed executive coach. Un'avventura che affonda le radici in Ticino, a Lugano. 

Come si passa dalle corse all'coaching nelle aziende?
«Diventai abbastanza presto dirigente. Ero giovane e non era facile. Ho dovuto cominciare ad apprendere quelle che si chiamano soft skills, altrimenti dette competenze trasversali. Parlo di comunicazione, intelligenza emotiva, e anche spiritualità. L’ambiente della Formula Uno, infatti, gravita fuori dal mondo conscio ed è molto più vicino al mondo dell’inconscio». 

Chi l'ha aiutata in questa crescita personale? 
«Ho avuto la fortuna di collaborare con piloti e manager di altissimo livello. Sono stato amico di Senna, ho lavorato con Valentino Rossi. Ho dovuto "vendere" progetti e soluzioni a persone “difficili” del calibro di Alain Prost, Michael Schumacher, Jean Todt o a Luca Cordero di Montezemolo. Tutti personaggi con elevate competenze e capacità, che mi ha permesso di costruire nel tempo modelli e metodologie specifiche. Una volta finito con il mondo della Formula Uno, iniziava a diventare pesante, mi sono divertito a trasferire questo know how alle aziende. Ho individuato aree dove poter trasferire queste competenze e, a 47 anni, ho deciso di cambiare pelle e ridefinire la mia vita lavorativa».

Un percorso che, da quello che ho capito, va oltre l’aspetto tecnico. 
«Il management non è fatto solo di competenza tecnica, ma anche di capacità relazionale, comunicativa. Bisogna saper trascinare, motivare le persone e portarle all’obiettivo. Anche nelle aziende sono fondamentali il gioco di squadra, la performance, gli obiettivi e le prestazioni. Il mondo della Formula Uno chiede molto di tutto ciò. Chiede passione, uno rapporto stretto con il rischio e pericolo, ma anche con l’innovazione. Tutto ciò è traslabile dal mondo dello sport a quello aziendale». 

Perché il Ticino?
«In passato ho vissuto due anni a Zurigo, quando sono stato chiamato per lanciare la Sauber in Formula Uno. Era il '92/'93. All’epoca mi licenziai da Ferrari perché non ero molto d’accordo con la dirigenza. Peter Sauber mi chiamò per prendere in mano il team e prepararlo. Nel '93 esordimmo in Sud Africa. Dopo quell’anno Montezemolo mi richiamò in Ferrari. Ecco, io in quei due anni ero stato molto bene. Mia moglie, poi, è di Dongo, un comune della Provincia di Como a 10 km dal confine. Ci siamo ripromessi che saremmo tornati in Svizzera. Lasciato il gruppo Ferrari e non avendo più l’esigenza di stare in un posto preciso per lavoro, ho preso la decisione di trasferirmi in Svizzera. Oggi mia figlia lavora all’IRB di Bellinzona, mio figlio collabora con me». 

Aziende ticinesi che si sono affidate alla sua esperienza?
«Mikron, BancaStato, Raiffeisen, Credit Suisse, Puricelli, gruppo Wullschleger, l’HCL Lugano… solo per citarne alcuni».

Ha lavorato con alcuni dei più grandi. Tra questi Schumacher, amato non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Un ricordo a lui legato?
«C’è un aspetto di Michael che non è molto conosciuto ed è relativo alla sua capacità di usare le emozioni. È una cosa che non racconto spesso. Contrariamente all’impressione che poteva dare dall’esterno, era un personaggio molto emotivo, un trascinatore. Io lo definivo un gran pilota non solo di auto, ma anche di persone. Era pragmatico, severo, rigoroso nel fare le cose. Ambiva alla perfezione. Ma quando vinceva si lasciava andare. Ricordo l’ultimo test che abbiamo fatto insieme, era il 2006 ed eravamo a Jerez de la Frontera. Lui si ritirò per la prima volta quell’anno, per poi tornare nel 2010. In una cena a fine test ringraziò tutti. Disse: "Senza di voi non sarei stato nessuno, devo solo dire grazie a voi e a tutto l’azienda". Si lasciò andare in un pianto che toccò tutti noi. Quelle lacrime non erano un'eccezione. Spesso dopo un test andato bene o un successo lo si ritrovava incapace a parlare per l'emozione».

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