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BELLINZONA
15.03.21 - 08:000
Aggiornamento : 10:37

«Non c’è solo il Covid-19, la mente dei ticinesi è sempre più in tilt»

Lo psicologo Fabian Bazzana auspica la ripresa della vita sociale: «Importante per la psiche». Sarà presto possibile?

Poi una frecciatina alla scuola: «In un periodo di pandemia, bisognava pretendere di meno dai ragazzi a livello di rendimento. I giovani soffrono parecchio».

BELLINZONA - «Il Covid-19 e le conseguenze della pandemia stanno incidendo in maniera importante sulla salute psicologica della popolazione». Fabian Bazzana, psicologo e psicoterapeuta, spera che gli allentamenti previsti dal Consiglio Federale dopo il 22 marzo vengano confermati. E chiama in causa lo Swiss Corona Stress Study realizzato di recente dall’Università di Basilea. Uno svizzero su cinque soffrirebbe di depressione e disturbi di ansia legati alle restrizioni. Bazzana, che è stato anche presidente dell’associazione degli psicologi ticinesi, è amareggiato. «Noi psicoterapeuti tra la prima e la seconda ondata abbiamo ricevuto almeno il 50-60% di chiamate in più».

Quali sono i sintomi principali che si manifestano?
«Ansia, depressione, disturbi del sonno, sintomi somatici e tensioni domestiche. Le persone vivono una condizione di forte insicurezza e timore, con prospettive confuse rispetto al futuro. Questa condizione rischia di perdurare anche dopo la crisi pandemica. Il Covid c’è. È evidente, ed è fondamentale proteggersi. Ma è altrettanto importante prestare attenzione a tutti gli effetti collaterali che rischiano di aggravare le conseguenze dello stesso virus».

Chi sono le persone che più la preoccupano?
«I giovani appartengono a una fascia particolarmente a rischio. Quelli tra i 15 e i 25 sono anni estremamente delicati. In una condizione di stress generale come questa, molti ragazzi faticano più di prima a reggere i ritmi scolastici. Le prospettive d'inserimento nel mondo del lavoro, inoltre, sono più incerte. Sarebbe importante predisporre più misure di sostegno».

Può spiegare meglio questo concetto?
«Mi chiedo, ad esempio, se nel corso di una crisi pandemica, la scuola non avrebbe dovuto rivedere le sue priorità, cercando di creare soprattutto un clima più sereno. È evidente che al momento tanti giovani non hanno la testa per fare fronte in piena efficienza a tutte le incombenze della quotidianità. L’impressione però è che la scuola sia andata avanti come se nulla fosse. In alcuni casi aumentando il carico di lavoro per “recuperare” ciò che è rimasto indietro durante il primo lockdown. Come se questa fosse la cosa più importante».

E gli adulti come stanno?
«L’essere umano è in grado di affrontare situazioni anche molto difficili, ma ha bisogno di sicurezze, coerenza e stabilità per mantenere una buona salute mentale. La nostra gestione politica ultimamente è stata tutt’altro che coerente, sia in termini di ruoli e responsabilità, sia di strategie d'intervento. Anche la gestione delle vaccinazioni, venduta come la soluzione principale alla pandemia, sta arrancando, soprattutto se ci confrontiamo con i Paesi vicini a noi. Se la volontà politica era quella di rassicurare la popolazione tramite il vaccino, la Svizzera, con le risorse che ha, non sta dando una grande impressione di efficienza alla popolazione». 

Si parla di riaperture. Lei cosa ne pensa?
«In generale, credo si sia persa sinora l’occasione di educare le persone a comportamenti sociali che tengano conto del bisogno d'incontrarsi, di frequentare i locali pubblici, di praticare attività sportive, sempre rispettando le misure di sicurezza rispetto al virus. E questa educazione si può fare proprio nei contesti maggiormente strutturati e controllabili, quali ristoranti, palestre, cinema, teatri. Si è scelta invece una politica della restrizione e della repressione, che oltre a privare le persone di risorse importanti, ha generato stress e tensione nei confronti delle istituzioni. Anche perché le misure non sempre risultavano comprensibili e coerenti. Il grande rischio ora è che le riaperture provochino un assalto ai luoghi pubblici, un nuovo aumento dei rischi di contagio, e quindi nuove chiusure».  

C’è la paura di essere travolti di nuovo dal virus.
«È certamente giusto avere paura del virus e delle sue conseguenze. La domanda è piuttosto come affrontare le paure. Questo periodo di molti mesi avrebbe potuto essere utilizzato come spunto di riflessione, d'informazione e incoraggiamento verso uno stile di vita più sano. Avremmo dovuto riflettere anche su una migliore gestione dello stress». 

Altre nazioni sono state molto più rigide della Svizzera però. Noi siamo stati tutto sommato fortunati, o no?
«In Svizzera il primo lockdown è stato gestito in maniera coerente. Dopo vi è stato spesso uno scarico reciproco di responsabilità tra le varie istanze coinvolte. Si sono fatte sempre le cose a metà e con mille titubanze, senza una strategia esplicita, documentata. Clamorosi sono stati i cambiamenti di fronte in tema di responsabilità decisionale tra Cantoni e Confederazione. In altre nazioni perlomeno ci sono state regole più rigide, ma anche più chiare e quindi più comprensibili per la popolazione». 

Ci sarà ancora tanto lavoro per voi nei prossimi mesi…
«Purtroppo il supporto psicologico e la psicoterapia non sono ancora debitamente riconosciuti nel novero delle prestazioni sanitarie, anche di fronte a una pandemia. Se non è prescritta da un medico, la psicoterapia non è riconosciuta dalla copertura della cassa malati di base. Ciò ha fatto sì che molte persone non potessero accedere a un supporto, come rilevato dall’inchiesta condotta dalla federazione degli psicologi».

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