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LUGANO
01.02.21 - 07:000
Aggiornamento : 02.02.21 - 10:16

«Per i bimbi quella mascherina è come una carestia sociale»

La mascherina condiziona la comunicazione non verbale con i bambini.

Andreas Wechsler (pediatra) analizza questo aspetto delicato della pandemia.

di Redazione
Romano Pezzani

LUGANO - Il Dr. Wechsler è considerato uno degli specialisti più apprezzati per il suo supporto ad adulti e bambini «in un sano conflitto in cui ognuno deve uscirne vincitore». Il suo punto di vista ci mette nell’ottica di immaginare come vivano le varie fasce d’età in questo periodo.

Qual è la reazione dei lattanti?
«Assimilano tutto quello che vedono e sono naturalmente interessati alle facce. A sei settimane contano prima gli occhi, dopo arriva anche tutto il resto. Durante le visite con i bambini piccoli vogliamo quindi dare loro la possibilità di guardare il nostro viso».

Una scelta coraggiosa.
«Non me la sento di interagire con un lattante senza fargli vedere la mia faccia, non posso privarlo di quell’esperienza, anche perché altrimenti non avrei le risposte di cui necessito per il mio lavoro. La lettura della comunicazione non verbale passa attraverso il viso e la sua espressione, dagli occhi ma anche dalla bocca. In ogni caso, le precauzioni restano rigorose».

La barriera della mascherina potrebbe avere delle conseguenze?
«Probabilmente resterà solo un’inconsapevole astinenza, la considero una specie di carestia di esperienze visive, sociali e relazionali, che i diretti interessati non sapevano di dover sperimentare. È come se una lingua avesse improvvisamente meno suoni o la musica meno note, e nessuno lo sapeva. Ma noi, in casi come questi, contiamo sulla resilienza dei piccoli».

Come reagiscono i bambini tra i due e i tre anni?
«In realtà, il loro interesse per gli adulti resta invariato. Cresce l’attenzione verso quelli della loro statura, con i quali possono comunicare senza mascherina utilizzando anche gli altri strumenti a disposizione. La molteplicità dei visi è sicuramente appagante, anche se gradirebbero l’accesso ad altre facce più mature».

E l’esperienza della scuola dell'infanzia?
«È la prima fuori casa. Cominciano a esportare la richiesta della conferma dei bisogni irrinunciabili su altri adulti. I predestinati più classici sono i docenti della scuola dell'infanzia. “Cosa vorresti fare da grande?”. Una bambina di cinque anni solitamente risponde: “La maestra d'asilo”. Contrariamente alle nostre aspettative non aumenta veramente l’interesse dei bambini nei confronti della comunicazione verbale. Infatti, “sentono” quello che noi facciamo e non “vedono” quello che noi diciamo. Credo sia una sfida grandissima per gli adulti coinvolti in questa fascia d’età gestire quest’apparente incoerenza». 

Quindi arrivano le scuole primarie.
«Se penso al periodo delle elementari, è ancora peggio. Tra i 7 e i 12 anni ci sono infatti due tendenze distinte per affrontare le direttive della pandemia: quella di coloro che si comportano come gli asini e chi rispetta scrupolosamente la regola della mascherina. I primi sono ancora aggrappati ad un nucleo trasgressivo infantile, gli altri hanno sviluppato un senso di ordine e di correttezza sociali. Chi la toglie, viene guardato male. Poi arrivano i ragazzi delle medie suddivisi in quelli che hanno capito come è il “gioco” e quelli che no. Di solito non lo gradiscono, ma lo fanno lo stesso e la fetta dei liceali è quella più divertita: trasgressivi, il corona non li tocca, tanto lo prendono gli altri!».

I genitori stressati meritano più divertimento
“Genitori per divertimento, figli per passione”. È il bestseller del Dr. Wechsler, un libro che mira a fornire soprattutto alle mamme e ai papà quegli strumenti per “reggere” il confronto nel loro nuovo ruolo con i figli. «Ho puntato sul concetto di divertimento che cercano e meritano i genitori», sorride il noto pediatra. «Troppe volte raccolgo i “cocci” già dopo il primo e il secondo mese di vita a causa dello stress: madri e padri che si preoccupano e manifestano addirittura dei sensi di colpa». La posizione dei bimbi è opposta: «Loro sì che sanno cos’è il divertimento perché la loro natura è proprio il gioco e lo svago. Il figlio fa il figlio, è nato per farlo, mentre il genitore è chiamato ad imparare il suo nuovo ruolo. È una sorta di collisione in cui ci dev'essere lo spazio per stare bene entrambi». Il messaggio passa con un dialogo autentico usato per le varie fasce d’età: «È colloquiale e ci sono delle frasi che si sentono durante le visite. Se io non avessi avuto le chiacchierate con i genitori, non avrei mai pensato di scriverlo».

Glamilla
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