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28.01.21 - 15:480
Aggiornamento : 21:32

L’accusa: «Ha consumato la vittima a poco a poco»

Nei confronti dell’ex funzionario del DSS chiesta una pena sospesa di 24 mesi.

La procuratrice ha fatto leva sulla pressione psicologica esercitata sulla ragazza.

LOCARNO - Quando si sono conosciuti, lei stava uscendo dall’adolescenza. «Un periodo fragile, fatto d'incertezze e in cui si affrontano i primi problemi». Così la procuratrice pubblica Chiara Borelli, che nei confronti dell’ex funzionario del DSS a processo in Appello per abusi sessuali avvenuti tra il 2004 e il 2005 ha chiesto una pena sospesa di 24 mesi per coazione sessuale e violenza carnale. «Oltre la condanna, l'interesse è che la vittima venga creduta».

L’accusa ha ricordato che la vittima ha incontrato l’ex funzionario nell’ambito di un attività giovanile «volta all’autodeterminazione e alla partecipazione dei giovani». Un’attività in cui con «carisma» riusciva a coinvolgere e conquistare i partecipanti. E infatti all’epoca la stessa ragazza, di età compresa tra i quindici e diciassette anni, era «affascinata» dalle sue capacità.

Ma in seguito - ha quindi aggiunto la procuratrice - la giovane ha conosciuto anche un altro aspetto dell’imputato, quello «più intrusivo». Ed era una persona - secondo le parole di un’amica, riferite da Borelli- «molto abile, che sapeva benissimo sfruttare le debolezze di una persona».

Anni di silenzio, poi il racconto - I fatti su cui verte il processo - ha ricordato - sono emersi dapprima in incontri della vittima con la psicologa, poi con il suo legale. «E finalmente in quattro ore di verbale per la prima volta è riuscita a raccontare a qualcuno tutto quello che le era successo». E ha aggiunto: «Dopo quattordici anni di silenzio, passati a tormentare il suo corpo e il suo animo, è riuscita a esplodere in un racconto spontaneo ricco di dettagli, ma anche con lacune, com’è normale che sia».

Si tratta di tutta una serie di episodi in cui «l’imputato ha consumato la vittima a poco a poco, con una strisciante violenza psicologica: lei non poteva fare altro che annientare se stessa».

Dominata dalla paura -Borelli ha ricordato che l’allora ragazza aveva paura che l’imputato si facesse del male. «Lui ha costruito un macigno che ha messo sulle spalle della giovane. Lei non se lo poteva togliere».

Un macigno di cui l’imputato era consapevole. Infatti quando la ragazza aveva cercato di allontanarsi, lui l’aveva ricontattata via e-mail. Le chiedeva di poterla sentire. E le aveva scritto - come ha detto la procuratrice in aula - «hai paura della mia sofferenza, non te la farò mai pesare», ma in altre mail le aveva anche fatto capire che si potrebbe fare del male.

L’accusa ha anche ricordato l’episodio in cui - dopo il tentativo di suicidio - l’imputato aveva mostrato alla giovane i punti ai polsi, minacciandola di riprovarci.

Soffrire e far soffrire - «Il diritto di soffrire non dà il diritto a far soffrire». Sono parole della vittima, che il suo rappresentante legale - l’avvocato Carlo Borradori - ha riferito in aula nel suo intervento, sottolineando che questa frase «racchiude tutta l’essenza di questa triste vicenda». Nel suo intervento ha ricordato che l’imputato era solito chiamare la giovane «brutto anatroccolo», un modo «per sminuirla». E alla sua assistita ha dunque detto: «Non è vero che è un brutto anatroccolo, ma è un vero trono di altruismo, intelligenza e onestà». Il legale ha dunque avanzato, come nel processo di primo grado, la richiesta di un risarcimento simbolico di 5’000 franchi per torto morale.

L’avvocato difensore Niccolò Giovanettina prenderà la parola domattina alle 9.30. Con il suo intervento chiederà l’assoluzione del suo assistito.

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