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CANTONE
23.01.21 - 08:050
Aggiornamento : 14:45

L'agroalimentare dissanguato dal Covid: «Anche a noi gli aiuti di rigore»

Orfana di ristorazione e Carnevali la filiera ticinese si appella al Gran Consiglio chiedendo parità di trattamento

Andrea Conconi, direttore dell'Interprofessione: «Alcuni hanno avuto perdite superiori al 40 per cento. Molte aziende sono confrontate con un problema di liquidità

BELLINZONA - Più che l’acqua avvertono la sgradevole sensazione del vino che sale sale alla gola. Ma anche farina, verdure, insaccati e altre prelibatezze nostrane s’accumulano perché trovano la porta dei ristoranti sbarrata. È infatti tutta la filiera agroalimentare a soffrire lo stop prolungato della ristorazione. Soffrono e allora hanno deciso di appellarsi al Parlamento. 

Provaci… Sem - La partita si giocherà lunedì, in Gran Consiglio, quando verrà discusso il messaggio e la relativa ordinanza sugli aiuti di rigore. Sarà Sem Genini, deputato e segretario dell’Unione Contadini Ticinese, a perorare la causa dell’estensione degli aiuti al settore dell’agroalimentare. Così come si è pensato all’albergheria. Il bisogno di aiuti è urgente, spiega a Tio/20Minuti Andrea Conconi, direttore dell’Interprofessione della Vite e del Vino Ticinese: «Molti associati, non solo della filiera del vino, ma delle diverse filiere agroalimentari, di cui ci siano fatti portavoce, dipendono in gran parte anche dalla vendita nella ristorazione».

Come si presenta oggi la situazione?
«È molto eterogenea. Dai miei sondaggi tra i nostri associati le perdite di fatturato nel 2020 variano da chi registra un calo del 15% a chi supera ammanchi superiori al 40%. E se dicembre è andato perso, anche a gennaio e febbraio i canali di vendita, esclusa la grande distribuzione, rimarranno ancora chiusi».

A cosa si riferisce in particolare?
«Alludo ad esempio a tutti gli eventi del Carnevale che assorbivano una buona fetta dell’agroalimentare ticinese. Pensiamo solo ai macellai che con le mancate risottate perderanno una forte cifra di affari. È tutto vino, luganighe, pane che non verrà smerciato».

In buona sostanza qual è la vostra richiesta?
«Come filiera chiediamo di avere una parità di trattamento e accesso ai casi di rigore come per le altre attività del cantone. Ci troviamo sullo stesso piano degli albergatori che non sono stati obbligati a chiudere, ma hanno risentito fortemente della diminuzione di clientela. È il nostro stesso problema come fornitori che hanno dovuto lavorare, senza poter accedere al lavoro ridotto in primavera. Nella viticoltura, per citare un ambito, l’attività non si ferma».

L'aiuto dei consumatori però c'è stato...
«Certo abbiamo avuto un grande sostegno da tanti ticinesi che sono andati ad acquistare direttamente dal contadino. Vuoi anche perché la spesa fuori confine era preclusa. Ma non tutti sono riusciti a diminuire le perdite. Perciò a Sem Genini, che è presente in Gran Consiglio, abbiamo chiesto di attirare l’attenzione sulle difficoltà attuali del settore agroalimentare».

Chiudendo con il vino. In autunno avete lanciato un prodotto solidale e dal prezzo interessante, la bottiglia “Uniti”. Ma poi...
«... abbiamo perso il mese più importante, dicembre, quando questo prodotto avrebbe potuto avere un mercato ideale con la banchettistica. A parte questo vedo un problema di liquidità per diverse aziende. Molto dipenderà da quanto durerà questo lockdown. Il settore vitivinicolo e agroalimentare non può permettersi di perdere anche la Pasqua».

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