«I numeri dati senza particolari spiegazioni servono (anche) per giustificare scelte politiche»
Ti-Press (archivio)
CANTONE
13.01.21 - 06:000

«I numeri dati senza particolari spiegazioni servono (anche) per giustificare scelte politiche»

Così si è espresso Emiliano Albanese, direttore dell'Istituto di salute pubblica dell'USI, su Piazza Ticino. Il video.

Che fine hanno fatto i morti d'influenza stagionale, o di cancro? A 10 mesi dall'inizio della pandemia ha ancora senso diramare cifre superficiali? È con questa provocazione che parte la nostra intervista.

LUGANO - Che fine hanno fatto i morti per influenza stagionale? E i deceduti per cancro e per altre malattie? Sembra esserci solo il Covid-19. Questo almeno stando ai bollettini diramati quotidianamente dalle autorità cantonali e federali. È con questa provocazione che inizia la nostra chiacchierata con Emiliano Albanese, direttore dell'Istituto di salute pubblica dell'Università della Svizzera italiana (USI) e tra i coordinatori dello studio Corona Immunitas, ospite di piazzaticino.ch

Nessuno vuole sminuire il virus. Ma dopo 10 mesi di pandemia non sarebbe il caso di diramare dati più dettagliati, indicando esplicitamente ad esempio le condizioni pregresse delle vittime?
«La domanda è pertinente. Dare un'informazione durante una pandemia è una responsabilità delle autorità. Giustamente però ogni numero privato di un contesto è di difficile interpretazione. Bisogna chiarire qual è lo scopo di queste cifre: e cioè mostrare l'andamento generale della pandemia. Chiaro, ci dicono poco altro».

Numeri forniti così servono solo agli specialisti al massimo. O no?
«Attenzione. La maggior parte delle decisioni politiche vengono prese sulla base di dati. I numeri servono per contestualizzare alcune scelte politiche. C'è un po' di confusione. Nel tempo è mancato un vero e proprio dialogo tra le autorità, i media e la popolazione».  

Preoccupa la variante inglese. Ma da sempre sappiamo che il virus muta. A ogni mutazione dobbiamo essere allarmati?
«L'efficacia del vaccino non è messa in discussione dalle mutazioni. Casualmente la nuova variante inglese è stata ritenuta più infettiva nel momento in cui è arrivato il vaccino. È stata una pura coincidenza che ha un po' spiazzato tutti».

Piano piano si sta scoprendo che la variante britannica era già in circolazione prima di metà dicembre, quando è stata scoperta. Non può essere stata questa variante a fare impennare i casi a novembre in Svizzera? 
«Sono ipotesi che ci possono stare. Può anche darsi che ci sia stato un contributo della variante britannica unitamente a comportamenti non adeguati da parte della popolazione». 

La task force federale anti Covid, proprio considerando la variante britannica, ipotizza una primavera da incubo. Come si può stare sereni con simili premesse?

«La scienza si occupa di acquisire dei fatti per fare delle previsioni. Serve comunque tempo. L'incertezza è un elemento costante. Nessuno può davvero sapere se ci saranno 20.000 casi al giorno in Svizzera a marzo, oppure se sarà tutto tranquillo». 

Lei, nell'ambito del progetto Immunitas, si occupa anche dell'infodemia, l'overdose d'informazione. 
«Stiamo lavorando con un campione rappresentativo della popolazione. Circa 3.000 persone che sono sotto la lente di questo studio epidemiologico nazionale e che rispondono puntualmente a domande legate al contesto pandemico in cui stiamo vivendo. Sta emergendo il concetto di resilienza. C'è chi vuole migliorare il proprio stile di vita, chi sta riflettendo su problemi che esistono e che continueranno a esistere anche quando il virus farà parte della normalità. Le troppe informazioni possono creare confusione, ma anche stimolare una grande capacità di adattamento, di reazione. In alcuni c'è una flessibilità che può suggerire soluzioni non solo per la pandemia». 

Il personale sanitario è stanco. Ma lo è anche la gente comune. Tutti sono stufi. Come la mettiamo?
«Il sistema sanitario è centrale nel funzionamento della nostra società. Lo diamo per scontato perché esiste. La strategia di contenimento ha come obiettivo quello di difendere il sistema sanitario dal collasso. Non di difendere i diritti delle persone che ci lavorano. Capisco i toni di chi dice di essere stressato. Corona Immunitas però ci indica anche che ci sono persone che in questo periodo hanno trovato strategie per affrontare i momenti di sconforto». 

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