Keystone
Fila per il tampone all'Aeroporto di Francoforte (foto del 19 dicembre 2020)
CANTONE / GERMANIA
09.01.21 - 20:070
Aggiornamento : 23:08

«Io, infettato nel caos del rientro dall'Inghilterra»

Bloccato a Francoforte per essere sottoposto al test, un 39enne del Sopraceneri teme di essersi contagiato in aeroporto

Ora racconta: «Non so cosa avrei fatto se fossi stato in viaggio con i miei bambini». La polizia tedesca: «Abbiamo agito con molto poco preavviso per scongiurare il rischio del virus mutato, ma le procedure sono state concordate con il Dicastero Sanità della Città».

BELLINZONA / FRANCOFORTE - Quando il 20 dicembre scorso, per timore della variante inglese del coronavirus, diversi Paesi europei hanno sospeso in fretta e furia i voli dal Regno Unito o imposto test e quarantene a chi arrivasse da laggiù, migliaia di viaggiatori sono rimasti bloccati per ore o anche per giorni negli scali britannici e del continente. Tra loro c'era anche un 39enne del Sopraceneri che, partito sano da Manchester, è tornato a casa infetto e sta ancora subendo gli strascichi della malattia. Luogo del contagio: con una discreta probabilità l'affollata sala dell'Aeroporto di Francoforte in cui è stato costretto a passare quasi sette ore.

«Eravamo almeno un centinaio di persone, tutto il nostro aereo, e in più continuavano ad andare e venire anche i passeggeri di altri voli dal Regno Unito o dal Sudafrica», racconta a tio/20 minuti F.M.*, che quel giorno tornava da un breve viaggio di lavoro in Inghilterra, diretto a Zurigo con scalo in Germania. «Tutti avevano la mascherina, ma mantenere le distanze era molto difficile - continua -. Soprattutto all'inizio, quando tutti si ammassavano contro la transenna per tentare di carpire qualche informazione».

Tasto dolente erano proprio le informazioni, o la mancanza delle stesse. I viaggiatori erano infatti sorvegliati da alcuni agenti di polizia che non sembravano troppo inclini a fornirne: «Non davano indicazioni - denuncia il nostro interlocutore -. Sapevamo di doverci sottoporre a un tampone, ma non sapevamo come prenotarlo. Loro ci rispondevano che non era un problema loro».

Carpendo e condividendo scampoli d'indicazioni, i presenti riescono a capire che devono fissare un test del coronavirus sul sito di Centogene, una società privata, per poi farsi fare il tampone in una stanza poco lontano. Se il risultato è negativo possono proseguire il viaggio.

La scoperta, però, non risolve i problemi: «Bisognava pagare in anticipo via internet e c'era chi non aveva la carta di credito, non aveva connessione o non era pratico con lo smartphone», racconta F.M. «Alla fine ho dato una mano a una signora di 70 anni che non riusciva a venirne fuori - rievoca -. Persino io, che sono abbastanza esperto d'informatica, facevo fatica navigare su quel sito, che non era pensato per smartphone».

Una situazione caotica, lamenta il 39enne, che costringe i presenti a toccare i telefonini di altri, contro le ormai consuete precauzioni d'igiene. Anche la distribuzione di acqua e snack gratuiti li obbliga a passarsi, loro malgrado, bottiglie e cibo.

E il tutto si protrae per ore: «Io viaggiavo da solo, avevo la carta di credito aziendale e avevo la mia società che mi dava assistenza dal Ticino. Avevo le spalle coperte e avrei anche potuto dormire su una panchina», sottolinea F. M. «Non so che cavolo avrei fatto se fossi stato lì con i miei due figli piccoli o avessi avuto difficoltà a prenotarmi un altro volo», continua.

Giunto a Francoforte prima delle 19 del 20 dicembre, il nostro interlocutore riesce finalmente a sottoporsi al test alle 21.15, ma riceve il risultato solo a mezzanotte passata da un pezzo, dopo quasi 7 ore d'attesa. Il tampone è negativo.

Riparte immediatamente per la Svizzera, questa volta in treno («non prenderò più un aereo finché c'è la pandemia, sono inaffidabili»), passa all'Aeroporto di Zurigo a tentare di recuperare il proprio bagaglio (disperso) e arriva a casa sua nel Sopraceneri. Senza neanche disfare le valigie prende poi l'auto e raggiunge moglie e figli che si trovano nella vicina Italia, dove vive parte della sua famiglia, al fine di trascorrere come previsto le vacanze natalizie.

Due giorni dopo, il 23 dicembre, inizia a sentirsi stanco, ma attribuisce quella fiacchezza al viaggio. Il 24, quattro giorni dopo la sua fermata obbligata a Francoforte, cominciano invece la febbre (fino a 38,5°C) e il mal di gola, «fortissimo»: «Ero così stanco che non riuscivo ad alzarmi dal letto», racconta. Si fa testare di nuovo, in Italia, dove si trova, e questo tampone risulta positivo.

Uno dopo l'altro, anche gli altri membri della sua famiglia cominciano a provare chi l'uno, chi l'altro sintomo della malattia. Tutti - moglie, figli, padre e fratello - risultano positivi al SARS-COV-2. La tempistica lascia ragionevolmente pensare che sia stato lui a contagiarli tutti e non viceversa. Ma dove si è contagiato lui?

Estremamente improbabile che si sia infettato in Inghilterra, assicura. Era in viaggio di lavoro da solo, mangiava nella sua camera d'albergo come da disposizioni locali e vedeva solo pochi colleghi britannici per degli incontri di lavoro. Sempre con mascherina e distanze, sottolinea. Uno di loro lo accompagnava in azienda in auto, ma entrambi avevano sempre naso e bocca coperti. Il tampone che gli è stato fatto a Francoforte alla fine del suo soggiorno nel Regno Unito e dopo il volo da Manchester, poi, era negativo e i sintomi non sono arrivati che tre giorni dopo quell'esperienza (il tempo mediano per la comparsa dei sintomi è di 5-6 giorni, ndr).

Non è abbastanza per avere una certezza, ma quanto basta per convenire che è assolutamente possibile che si sia contagiato nello scalo tedesco. «Ora sto meglio, ma devo rimanere in quarantena fino all'11 gennaio e, trovandomi in Italia, potrò uscirne solo con tampone negativo», afferma F.M. «Provo rabbia per quanto è successo: abbiamo vissuto giorni di preoccupazione per la nostra salute», continua. «Non sono contro lo stop ai voli, se c'è un'emergenza bisogna affrontarla, ma chi decide deve anche saper gestire le conseguenze sui viaggiatori», conclude.   

La polizia federale tedesca: «Spazio in abbondanza e passeggeri sempre con la mascherina» - Da noi contattata, la Direzione della polizia federale tedesca presso l'Aeroporto di Francoforte ricorda innanzitutto quanto sia stato concitato quel 20 dicembre 2020: «Nel Regno Unito era stata riscontrata una mutazione del coronavirus che poteva essere molto più contagiosa di quella attuale», afferma il portavoce Reza Ahmari. «Al fine di scongiurare rischi» e in attesa che, nel corso della giornata, entrasse in vigore lo stop ai voli, la polizia federale ha quindi stabilito un controllo di frontiera separato per i voli dal Regno Unito, d'accordo con il gestore dell'aeroporto e il Dicastero sanità di Francoforte. «Di conseguenza, le procedure di prenotazione del test e di distribuzione dei viveri, nessuna delle quali era di responsabilità della Polizia federale, hanno dovuto parimenti essere messe in atto con molto poco preavviso», continua Ahmari.

Alla domanda su quanto fosse grande la sala in cui sono stati raccolti i passeggeri, il portavoce fa sapere che «la polizia federale non dispone di una distinta dettagliata della superficie», ma assicura: «L'area d'attesa ai gate del gestore dell'aeroporto Fraport AG per i passeggeri che aspettavano il risultato del test è stata messa a disposizione dal gestore stesso in stretto accordo con il Dicastero sanità della Città di Francoforte sul Meno e sotto stretta osservazione delle disposizioni d'igiene e le regole di distanza. Per tutto il tempo in cui si sono trattenuti nel terminal i passeggeri hanno portato la prescritta copertura di bocca e naso». La polizia federale ricorda inoltre che «anche a causa del traffico aereo molto limitato lo spazio a disposizione all'Aeroporto di Francoforte è al momento molto abbondante e assolutamente più abbondante che a bordo di un aereo».

Sul volo con cui F.M. è arrivato dal Regno Unito, precisa Ahmari, c'erano 99 passeggeri.  

* Nome noto alla redazione

 

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