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CANTONE
12.01.21 - 06:000
Aggiornamento : 10:11

«Con tutti quei morti, psicologicamente si fa dura»

Gli applausi non bastano più. Il personale sanitario è sfinito di fronte al Covid-19. Ma cosa significa in concreto?

EOC e Moncucco sotto pressione da mesi. A volte chi lavora in corsia è davvero frustrato. Le voci dei protagonisti.

LUGANO/ LOCARNO - No, gli applausi non bastano proprio più. Il personale sanitario ticinese è sfinito, logorato a causa della pandemia. Qualcuno, una volta terminata l’emergenza da Covid-19, potrebbe addirittura cambiare professione? Non è escluso. «Dalla Romandia – evidenzia Christian Camponovo, direttore della Clinica Moncucco di Lugano – stanno arrivando segnali in tal senso. Spero che non accada anche in Ticino».   

Collaboratori da tutelare psicologicamente – Di certo si sa che rispetto alla scorsa primavera il personale di cura, forse a causa della stanchezza, si ammala più facilmente. Anche di Covid. Annette Biegger, responsabile dell’area infermieristica dell’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC), pone l’accento sul concetto di tutela della salute mentale. «Chiediamo ai nostri collaboratori di esplicitare le loro difficoltà. L’ascolto e il dialogo sono molto importanti».

Migliaia di persone al lavoro – Alla Moncucco oltre tre quarti dei circa 800 collaboratori sta lavorando per l’emergenza Covid. «All’ EOC – sottolinea Biegger – lavorano più di 5.500 persone e sono tutte coinvolte in questa pandemia. In aggiunta abbiamo aperto il concorso per la ricerca di personale curante avventizio, abbiamo attualmente oltre 65 contratti firmati. L’attività durante la pandemia è aumentata molto. E l’assenza di personale a causa di malattia o quarantena rende l’intensità del lavoro ancora più elevata».

Quel senso di sconfitta – L’emergenza va avanti da oltre 10 mesi. Circa 850 i morti complessivi in Ticino a causa del Covid. Circa 7.700 considerando tutta la Svizzera. «Nella seconda ondata – riprende Camponovo – abbiamo registrato più o meno i decessi che di solito abbiamo in un anno di attività. Dal punto di vista psicologico è pesante. Il Covid resta una malattia che non può essere curata e che fa quindi il proprio corso. Una persona su sette di quelle ospedalizzate muore durante la degenza da noi. Questo aspetto carica emotivamente e rappresenta anche una sorta di sconfitta per chi svolge una professione indirizzata soprattutto alla cura».

Cosa è cambiato – In primavera vi era la difficoltà di reperire alcuni medicamenti e parte del materiale di protezione. «Oggi – ribadisce Camponovo – ci sono soprattutto le assenze tra i colleghi e le colleghe a creare grattacapi. In questa situazione risulta difficile staccare dal proprio ruolo. La clinica garantisce internamente un supporto psicologico che può contare su più figure professionali».

L’incertezza del futuro – Figure presenti, come detto, anche all’interno dell’EOC. «A stancare – dice Biegger – sono anche le continue incertezze, il non sapere esattamente quando si potrà, se si potrà, tornare alla normalità». E questo nonostante l’arrivo del vaccino. «In questo momento credo sia importante dimostrare riconoscimento per quello che ciascuno di noi sta facendo perché è un impegno che supera quanto fino a ora avevamo mai richiesto ai nostri collaboratori».

Non c’è stato il tempo per ricaricare le batterie – Biegger fa notare come l’estate abbia potuto ridare ossigeno al personale di cura. Ma non a sufficienza. «Da ottobre ci troviamo di nuovo in lotta. Il personale non ha avuto tempo di recuperare le forze per affrontare un altro picco che sta durando da diversi mesi».

Altri aspetti delicati – Il direttore della Moncucco aggiunge: «Nei “normali” reparti di cura dedicati al Covid il maggiore carico di lavoro è dovuto alla gravità dei pazienti ospedalizzati e alle procedure di sicurezza che sono state adottate per ridurre al minimo il rischio di contagio del personale. Da inizio novembre abbiamo registrato in media poco meno di 15 ospedalizzazioni giornaliere di pazienti Covid. Decisamente tanti».

Restrizioni e gesti concreti – Ma come reagisce il personale di fronte alle restrizioni legate alla vita pubblica e privata imposte dalle autorità? C’è sollievo? «Le poche certezze che abbiamo – conferma Biegger – sono quelle che abbiamo scoperto la scorsa primavera. Lì abbiamo visto che le restrizioni hanno portato a una diminuzione importante dei contagi e quindi anche dei ricoveri. Ci piacerebbe che insieme agli applausi, tutti dessero un aiuto concreto. Solo insieme riusciremo a superare questa crisi pandemica».

Reazioni di sconforto – Camponovo, nell'esprimere il suo parere personale, non usa mezzi termini: «Sapere che parte delle ospedalizzazioni e dei decessi potrebbe essere evitata con restrizioni più incisive può chiaramente generare reazioni di sconforto e frustrazione. Rispetto ad altre nazioni, da noi le misure sono state fino a oggi più blande».

Un mestiere che ha un futuro – Una cosa è certa. La pandemia ha mostrato a tutti che quelle sanitarie sono professioni fondamentali. Ma chi vorrà ancora fare l’infermiere dopo la pandemia? Biegger non ha dubbi: «Abbiamo già potuto constatare che ci sono più studenti che si sono iscritti alla SUPSI per il bachelor in cure infermieristiche quest’anno. La pandemia ha certamente dato visibilità alla nostra professione. Ci saranno diversi aspetti da affrontare dopo questo periodo per valorizzarla ulteriormente anche in periodi di non emergenza».

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