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17.12.20 - 08:300
Aggiornamento : 11:33

«La gente è irritata per l'assenza di spiegazioni logiche»

Il CovidGraben raccontato dal consigliere nazionale Marco Romano: «I Cantoni si diano da fare».

Secondo il politico ticinese l'emergenza pandemica non va affrontata aspettando imposizioni dal Consiglio Federale. Anzi. E poi attacca la comunicazione istituzionale.

MENDRISIO - Sui social network ha citato il termine CovidGraben. Per evidenziare la spaccatura tra la Svizzera tedesca e quella latina sulle strategie da adottare contro il nuovo coronavirus. Per Marco Romano, consigliere nazionale PPD, non si è trattato di uno sfogo momentaneo. A poche ore da nuove comunicazioni istituzionali e ufficiali (c'è grande attesa per la conferenza di venerdì da Berna) il politico di Mendrisio rilancia il suo pensiero.  

Il CovidGraben esiste davvero?
«La dinamica è presente su tanti temi. Anche in tempi normali, il numero di consultazioni mediche varia tra tedescofoni e latini; tra città e campagna. È chiaro che i Cantoni latini hanno anticipato lo slowdown (un lockdown settoriale), mentre quelli tedescofoni, in primis i grandi Zurigo e Argovia, hanno atteso, approfittando anche della mobilità delle persone. Oggi sono i secondi in grande difficoltà». 

Attualmente solo in una decina di Cantoni, quasi tutti latini, la crescita dei casi è sotto il "famoso" fattore R1.  
«È chiaro che si genera irritazione. Si potrebbe facilmente dire, annulliamo il federalismo, decida tutto la Confederazione. Lo reputo pericoloso per il nostro sistema, considerato che dovremo andare avanti parecchi mesi in questa situazione pandemica e che le decisioni da prendere saranno molte». 

Decisioni probabilmente quasi tutte impopolari.
«Esatto. Pensiamo alla gestione del sistema scolastico, differente da Cantone a Cantone. È giusto che ci si coordini a livello regionale per gestire i primi mesi del prossimo anno. Inimmaginabile standardizzare tutto da Berna a corto termine. La cooperazione ospedaliera funziona a livello locale, come insegna il Ticino, non con un dirigismo tecnocratico da Berna».

Come vive le continue comunicazioni a singhiozzo da parte delle autorità? 
«Sono prima di tutto cittadino e l’evoluzione sanitaria mi preoccupa. La pressione sul sistema sanitario a lungo termine genera danni per tutti; grande rispetto e stima per chi “è al fronte”. Non conta il numero di letti, ma il numero di persone capaci e in forze per curare. Non c’è solo il Covid. La comunicazione istituzionale presenta parecchie lacune e incongruenze. Sul medio-lungo periodo questo sta generando legittima insofferenza, reazioni e tanto disorientamento».

Si torna al discorso di prima. All’inizio della pandemia i Cantoni hanno lottato per avere autonomia decisionale, ora chiedono alla Confederazione maggiore fermezza...
«Vogliono delegare. Il federalismo ha reso unico il nostro Paese; mai è stato così sotto pressione. Il percorso è ancora lungo. Non esiste la “facile soluzione”. Dal Governo federale mi aspetto che le decisioni rispettino le dinamiche di sviluppo regionale, che siano soprattutto spiegate. La task-force anti Covid dia consigli operativi e non sia solo fonte di dibattito pubblico. Vorrei anche che non si usasse più lo strumento della minaccia come accaduto la scorsa settimana».

Ecco. Parliamone. 
«Il concetto era “se non fate voi, facciamo noi”. È stato un brutto momento. Dai Governi cantonali, insieme alle Città e ai Comuni, mi attendo maggiore coordinazione. E visto che le principali competenze sono nelle loro mani che le decisioni siano coerenti e spiegate. Se vogliamo evitare il lockdown, dobbiamo passare da un lungo e faticoso slowdown. Per questo servono rigore e severità, passo dopo passo, in un percorso che non possiamo prevedere».

Così facendo, però, non si rischia di tirare le cose ulteriormente per le lunghe?
«Mi aspetto una reazione operativa dai Cantoni, affinché non si spinga la Svizzera a divenire eccessivamente centralista. Forse risolveremmo qualche problema a corto termine, ma si andrebbe contro la natura istituzionale del nostro Paese. Credo che la maggioranza della popolazione sia pronta a seguire le regole». 

Pare invece irritata, a dire il vero. 
«L’irritazione è dovuta in parte alla cacofonia comunicativa e all’assenza di vere spiegazioni logiche di talune misure. Perché il mercatino di Natale a Lugano sì, e nelle altre Città no? Con misure unitarie e razionali a livello regionale si ottengono risultati. Il Ticino lo ha mostrato in primavera, in parte da solo. Se la terza ondata parte dagli attuali numeri (circa 5.000 casi giornalieri) e non da quasi zero, avremo gravi problemi». 

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