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CANTONE
28.10.20 - 12:000

La diversità a scuola è una risorsa, bisogna saperla gestire

Presentati i risultati della ricerca "In Scuola: promozione dell'integrazione e dell'interculturalità".

Nessun "ghetto educativo", ma il passato migratorio è comunque un fattore nel percorso formativo. Per questo l'integrazione va costantemente migliorata. Per farlo servirebbero però gli strumenti giusti e maggior sensibilizzazione degli insegnanti.

BELLINZONA - Cosa si fa in Ticino per promuovere l’integrazione e l’interculturalità nella scuola? Ma soprattutto, quello che viene fatto è sufficiente per raggiungere gli obiettivi? Cosa si può migliorare? A queste (e ad altre domande) ha cercato di rispondere lo studio “In scuola” commissionato alla SUPSI e sostenuto da tre dipartimenti (DI, DECS e DSS). Insomma, uno studio in cui si indagasse l'attuale offerta istituzionale di misure e di pratiche d'integrazione attuate all’interno del sistema educativo ticinese.

Nessun ghetto educativo - I dati statistici emersi da una prima analisi quantitativa (usando come indicatori la nazionalità e la lingua parlata a casa) da un lato sono rassicuranti, secondo gli autori, perché si può escludere la presenza di “ghetti educativi”. Ma dall’altro sembrerebbero indicare che possedere un passato migratorio e/o parlare una lingua diversa dall’italiano è comunque un fattore che rende meno probabile intraprendere i percorsi formativi giudicati socialmente più prestigiosi e potenzialmente più economicamente gratificanti. 

Il passato migratorio conta - Si constata infatti che gli studenti stranieri sono sottorappresentati nelle scuole medie superiori. Nel settore della formazione professionale, invece, sono sovrarappresentati. Il settore dove la difformità è maggiore è quello delle soluzioni transitorie, cioè quelle intraprese da chi non è riuscito a iniziare un percorso formativo post-obbligatorio.

Pochi protocolli - È stato pure analizzato il funzionamento sistemico delle diverse pratiche e misure e sono stati raccolti i dati sulla loro applicazione concreta nei singoli istituti. L’analisi ha mostrato come benché l’esistenza di un protocollo d’accoglienza abbia innumerevoli vantaggi, solo una minoranza delle sedi coinvolte ne applica uno e/o lo abbia formalizzato in un documento ufficiale. In altre parole, i risultati hanno messo in evidenza l’assenza di un protocollo standardizzato e predefinito per tutte le sedi e gli istituti.

Servono gli strumenti giusti - Un altro aspetto emerso dalle risposte degli intervistati è la necessità di avere più risorse (tempo, personale, formazione, supporto, ecc.) a disposizione degli attori coinvolti, nello specifico dei docenti regolari e docenti di lingua integrazione. In particolare, vi è la consapevolezza che negli ultimi anni sono proporzionalmente aumentati i ragazzi provenienti da culture molto lontane dalla nostra, che si esprimono in lingue che non hanno radici comuni con quelle europee, che hanno vissuto esperienze spesso inimmaginabili per qualcuno cresciuto in Europa e che hanno un background scolastico, quando ce l’hanno, completamente differente da quello del nostro Paese.

Come migliorare - In conclusione, l'indagine fornisce alcuni suggerimenti per migliorare ulteriormente le pratiche d'integrazione a tutti gli allievi con passato migratorio o alloglotti, che contribuisca al loro inserimento scolastico e sociale. Da un lato, come anticipato, è necessario garantire il sostegno individuale adeguato, con risposte mirate per esempio attraverso dei dispositivi di sostegno linguistico o elaborando dei materiali didattici specifici. In questo senso, in ottica futura, la formazione e la sensibilizzazione di tutto il personale insegnante coinvolto nell’integrazione di questi allievi è cruciale.  

Dall’altro, però, non va trascurato l’aspetto fondamentale dell’interculturalità, secondo cui la diversità culturale degli allievi alloglotti o con passato migratorio è da considerare una risorsa.

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