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23.10.20 - 18:270
Aggiornamento : 23:59

«Col mini lockdown risolviamo ben poco»

L'esperto in malattie infettive Christian Garzoni si appella per l'ennesima volta alla responsabilità dei cittadini

Intanto c'è chi ha paura del "cambio dell'ora" e della depressione che potrebbe scaturire dalle giornate con meno luce. Insofferenza per il contact tracing, critiche verso Berna.

LUGANO - Svizzera sempre più martoriata dal Covid-19. Nelle ultime 24 ore i nuovi contagi ufficiali registrati sono stati 6.634, di cui 295 in Ticino. Piano piano aumentano anche gli ospedalizzati e i decessi. Intanto, sempre più Cantoni hanno introdotto un mini lockdown di alcune settimane. Scenario ipotizzato anche per il Ticino, sfruttando le imminenti vacanze dei morti. «È una soluzione che rischia di non essere efficace», sostiene l'esperto di malattie infettive Christian Garzoni. 

Perché?  
«Probabilmente farebbe scendere la pressione sul sistema sanitario, ma non porterebbe a numeri tranquilli e durevoli. Due settimane sono troppo poche».

Ma un lockdown vero e proprio non ce lo si può più permettere...
«E infatti dobbiamo imporci come singoli cittadini di fare tutto quello che possiamo fare per permettere alla società di continuare a condurre una vita più o meno normale. E se non ci arriviamo da soli, ce lo dovrà imporre lo Stato».

Sono già state emanate direttive rigide. Cosa si può fare ancora?
«Ci sono ancora misure che non sono state attuate. Ad esempio rendere la mascherina obbligatoria in tutti gli spazi chiusi. In alcuni contesti è ancora semplicemente raccomandata. E non è più tempo di raccomandazioni. Si potrebbe anche fissare un numero massimo di persone per una cena tra amici. Così come si potrebbe, ad esempio, decidere di obbligare gli allievi delle scuole medie a indossare la mascherina». 

Il Covid-19 è il virus che colpisce i deboli. Ma i deboli sono anche le persone a rischio di depressione. Presto ci sarà il "cambio dell'ora" e alle 17 sarà buio. Non è un fattore trascurabile. 
«Lo capisco. Infatti dobbiamo evitare che la gente si chiuda in casa o tronchi nettamente con la vita sociale. Magari, però, al posto di vedere 10 amici per volta se ne possono incontrare solo 2».

È vero che alla Clinica Moncucco, con la quale Lei collabora, siete già in emergenza?
«No. C'è stata una certa mole di ospedalizzati. E alcuni sono stati spostati alla Carità di Locarno, o viceversa, ma solo per questioni logistiche. Non parlerei di emergenza. All'esterno della clinica è stata piazzata una tendina per i tamponi. È pensata per chi deve fare un test e non ha bisogno del medico. Questa è una novità importante». 

C'è gente stufa e che dice che la vita deve andare avanti. Domanda provocatoria: cosa succede se lasciamo andare il Covid per la sua strada?
«Nel giro di poco tempo, una buona parte della popolazione si ammalerebbe e il sistema sanitario collasserebbe, come successo in primavera. Sappiamo che nei prossimi giorni il numero dei contagi continuerà a salire. Noi dobbiamo potere garantire un sistema sanitario che funziona».  

Ci sono persone in quarantena perché sono entrate in contatto con "portatori" del virus. Queste persone sono sane e arrabbiate. Il contact tracing inizia a essere contestato...
«Ma è un grande strumento. La quarantena effettuata tramite il contact tracing è l'unica maniera di escludere in modo selettivo dalla società le persone potenzialmente a rischio per gli altri. Se salta il contact tracing, il rischio di un lockdown generalizzato è alto».  

Il Consiglio federale intanto alza la voce. A molti questo non piace. Da ticinese cosa ne pensa? In fondo quando a primavera eravamo nei guai a Berna non venivamo tanto capiti...
«Ho già detto più volte che il Consiglio federale ha agito in maniera molto tardiva in primavera. Adesso però si deve muovere per forza, perché la maggior parte della Svizzera è in preda al Covid».

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