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CANTONE
12.10.20 - 06:000

«Così le cose non cambieranno mai, i dipendenti ci temono»

Lo sfogo di Giovanni Scolari, sindacalista OCST, dopo il "caso Faulhaber": «Spesso andiamo sul posto e veniamo ignorati».

Il Ticino continua a essere terra di pressioni aziendali e di paghe “all’italiana”. Una situazione che non si sblocca, a quanto pare anche per colpa dei lavoratori stessi.

LUGANO - Le eccessive pressioni aziendali e le paghe “all’italiana” tornano d’attualità in Ticino. Soprattutto dopo il caso trattato da Tio/20 Minuti in merito alla Faulhaber Minimotor di Croglio. Diverse le reazioni da parte di ex dipendenti o di persone a conoscenza di fatti verificatisi anche in altre imprese della fascia di confine. Trapela un sentimento di rassegnazione e di scoraggiamento. Con i sindacati confrontati col muro del silenzio, eretto dagli stessi dipendenti, timorosi di perdere il lavoro. Come se il Ticino dovesse per forza essere condannato a essere il “terzo mondo” della Svizzera. 

Ecco cosa accade sul posto – Paradossale se si pensa ai continui proclami della politica e dei sindacati per un clima di lavoro più disteso e per stipendi più equi. Giovanni Scolari, sindacalista OCST, ha uno sguardo a 360 gradi sul contesto imprenditoriale locale. E una sua spiegazione ce l’ha. «I dipendenti non vogliono parlare con noi – sostiene –. Quando ci presentiamo sul posto, in seguito a una o più segnalazioni, ci evitano. Lo abbiamo constatato di recente anche per la Faulhaber di Croglio. Ci era arrivata una segnalazione fondata, in particolare in merito ai turni. Siamo andati sul posto e la maggior parte dei collaboratori dell’azienda ci ha ignorati».

Un comportamento omertoso – Alla base di questo atteggiamento omertoso ci sarebbe spesso la paura di perdere il proprio impiego. Una scusa che, secondo Scolari, non regge. «Tutti sanno che trattiamo i casi in maniera confidenziale. Addirittura incontriamo il personale in luoghi neutrali, insospettabili. Proprio per una questione di tutela. Quando ci sono problematiche, siamo sempre pronti a intervenire. Ma se troviamo un muro, non possiamo farci niente. Il lavoratore non può pretendere che si risolvano i problemi se non c’è un dialogo coi sindacati».

Così tutto resta bloccato – E si tratta di situazioni che si presentano di frequente. «Ci capita spesso di essere chiamati in causa – ammette il sindacalista –. Il caso della Faulhaber non è isolato. Parlo di aziende in cui non esiste un contratto collettivo di lavoro. C’è una sorta di timore reverenziale nei nostri confronti. Il lavoratore quando deve parlare tace. E così tutto resta bloccato». 

Operai sottopagati – La questione dei salari è delicatissima. In alcune aziende ticinesi ci sarebbero operai a tempo pieno pagati attorno ai 2.000 franchi. Come si può continuare a tollerare una cosa del genere? E perché chi assume un operaio dall’estero, solitamente dall’Italia, continua a volerlo pagare di meno, nonostante le continue raccomandazioni (…) dall’alto sull'equità dei salari?

Stipendi da 16 franchi e 50 all’ora – «Il fatto è che queste segnalazioni arrivano magari ai media, ma non a noi. Se ci sono problemi, che la gente ce lo dica. Al momento ufficialmente non risultano esserci paghe così basse in circolazione. Ma siamo aperti a eventuali sorprese. Ci sono, comunque, stipendi che si aggirano attorno ai 16 franchi e 50 all’ora. E non si può certo dire che vadano bene. Paghe ancora più basse? C’è una difficoltà nel riuscire a dimostrare la pertinenza di varie voci che circolano. Proprio perché il dipendente sovente non collabora».  

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