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CANTONE
08.10.20 - 17:030
Aggiornamento : 19:29

Delitto di Monte Carasso: assolta la 41enne russa

Sentenza ribaltata in Appello. Il marito, condannato a 16 anni, avrebbe agito da solo

L'omicidio era stato commesso il 19 luglio 2016. La donna, alla lettura della sentenza, è scoppiata in lacrime.

BELLINZONA - Sentenza ribaltata. La cittadina russa di 41 anni non è la mente del delitto di Monte Carasso avvenuto quattro anni fa. Lo ha stabilito la Corte di appello e di revisione penale presieduta dal giudice Giovanna Roggero-Will, che ha emesso oggi la sentenza in Appello. La donna è stata assolta e verrà subito scarcerata. In aula, alla lettura della sentenza, è scoppiata in lacrime, abbracciando i suoi avvocati.

Il giudice Giovanna Roggero-Will, nella lettura delle motivazioni, ha dipinto la personalità dell'ex marito della vittima, attualmente in carcere. Perché è stato lui ad accusare ("chiamata in correità") la 41enne russa, sua seconda moglie, dicendo di avere ucciso la prima consorte manovrato da lei. «Gli atti ci dicono che era una persona che sa mentire e che mente. E sa vestire le sue menzogne in modo da renderle credibili. Un egoista, che non esita per giustificare sé stesso ad addossare le proprie responsabilità agli altri».

L'uomo - ha ricordato ancora il giudice -, ha cambiato versione moltissime volte. In particolare tre: "lei non c'entra nulla", "ha condiviso quello che volevo fare e mi ha fatto capire che mi sarebbe stata accanto", per poi passare a "l'idea è stata sua". Alla fine ha attribuito il ruolo di mente alla moglie, e per sé quello di esecutore, della marionetta nelle mani di un'abile manovratrice. Ma per la Corte di appello «era stato lui a dire di volerla morta ed è stato lui ad averla infine uccisa» per motivi economici.

«La chiamata in correità non è disinteressata, non è costante, non è univoca e non è lineare - ha concluso il giudice -. E non ha nemmeno una credibilità intrinseca, perché i comportamenti attribuiti alla donna (avida, alla ricerca dei piaceri e della "bella vita") non risultano dal suo profilo che emerge dagli atti».

Quel 19 luglio 2016 - Il fatto di sangue risale al 19 luglio 2016: quel giorno, il marito ticinese era uscito di casa per recarsi dalla ex moglie. E con una manipolazione al collo le aveva tolto la vita. Ma poi le aveva tagliato i polsi, per inscenare il suicidio. Il delitto era emerso soltanto due anni dopo, quando l’uomo si era costituito. E aveva quindi affermato che la mente dell’assassinio era la donna russa di 41 anni.

La condanna alle Criminali - In primo grado, il 15 aprile 2019 la Corte delle Criminali presieduta dal giudice Amos Pagnamenta aveva condannato la donna al carcere a vita. Mentre per l’uomo era stata stabilita una pena detentiva di sedici anni, che sta attualmente scontando. Entrambi erano stati riconosciuti colpevoli di assassinio.

La richiesta delle parti - In Appello le richieste delle parti non sono cambiate rispetto al primo processo: per l’imputata la procuratrice pubblica Chiara Borelli aveva chiesto il carcere a vita - «voleva fare la bella vita e sopprimere la ex moglie per una passeggiata in montagna o una crociera» -, mentre i difensori Yasar Ravi e Luisa Polli ne avevano chiesto l’assoluzione. Durante l'arringa, gli avvocati avevano parlato di una persona che «era venuta a conoscenza di quanto commesso dal marito, ma aveva taciuto il terribile segreto temendo di non essere creduta e di compromettere il futuro delle figlie».

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