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LUGANO
13.09.20 - 14:080

A Lugano si parla di mafia e Carla Del Ponte ricorda Falcone

«Incontrarlo è stata una fortuna. Lì è iniziata la mia carriera», ha detto l'ex procuratrice della Confederazione

Con la giornalista italiana Dina Lauricella si è parlato di donne che si ribellano alle logiche della 'ndrangheta

LUGANO - Donne e mafia. Un legame dai mille volti e una multitudine di ruoli. E chi sarebbe più adatto a parlarne se non due donne? Questa mattina, per l'ultimo incontro del Festival Endorfine, l'argomento è stato affrontato dalla giornalista italiana Dina Lauricella e da Carla Del Ponte, un baluardo della giustizia.

Proprio l'ex procuratrice generale della Confederazione ha raccontato del suo primissimo incontro con Giovanni Falcone, quando non ancora trentenne le era stato affidato il compito di "occuparsi" di quel giudice italiano allora sconosciuto. «L'istruttoria era italiana, non nostra. Io ero l'ultima arrivata e toccava a me», ha raccontato. Per poi confessare: «È allora che ho cominciato a occuparmi di mafia. È stata una fortuna. Lì è iniziata la mia carriera».

C'era infatti Carla del Ponte quando - nel gennaio del 1994 - si scavò sul Pian Scairolo, grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi, trovando sotterrato un bidone del latte contenente 2 milioni di dollari. Soldi che appartenevano a Totò Riina e che finirono nelle tasche del Canton Ticino. Ma il "capo dei capi" la procuratrice lo ha anche incontrato: «Mi trovavo nell'aula magna di Palermo - ha raccontato questa mattina -. È entrato questo signore, un contadino qualsiasi. E ha iniziato a urlami contro. Era la prima volta in vita mia che un detenuto mi aggrediva verbalmente. Aveva una voce...  Non ho potuto interrogarlo perché lui urlava». Un atteggiamento che Carla Del Ponte paragona a quello di Slobodan Milosevic, con cui ha avuto a che fare in quanto procuratrice capo del Tribunale internazionale dell'Aia. Cosa le ha lasciato l'incontro con Riina? «Alla fine mi ha detto “dottoressa mi scusi per il mio comportamento”. A quel punto il collega mi ha avvisata: “Questo è il messaggio mafioso. Devi stare molto attenta”». Una frase che non l'ha fermata. «I suoi soldi glieli abbiamo portati via. E lui restava un uomo insignificante. Mi sono chiesta come potesse essere "il capo"».

Ciò che è certo, e che questa mattina è stato analizzato, è che la mafia ancora è presente e in forme diverse, non più legate al territorio di origine. «Siamo noi che siamo rimasti indietro - ha spiegato la reporter e giornalista della Rai Dina Lauricella - e anche la legislazione deve essere aggiornata». Anche per questo lei si occupa di raccontare la storia delle donne che si ribellano al sistema 'ndraghetista, creando un terremoto nelle famiglie calabresi. «Se non abbiamo ancora vinto contro la mafia è solo perché a un certo punto abbiamo smesso di combatterla», ha aggiunto la giornalista ricordando le parole di Peppino Lavorato ("Le uniche battaglie che non si vincono sono quelle che non si combattono").

Del Ponte ha dedicato tutta la sua vita al diritto penale per «cercare giustizia per le vittime». Anche quelle della mafia, che in Svizzera è sempre venuta a portare i suoi soldi. «Falcone diceva che la mafia avrà una fine e io ci credo. Ma siamo ancora lontani e c’è molto da fare», ha aggiunto questa mattina. Proprio al giudice ucciso nel 1992 ha dedicato, sorridendo, le ultime battute: «Se ho avuto paura nella mia vita? Sì, quando guidava Falcone. A Roma al volante c'era lui, non la scorta. Ma guidava malissimo. Andava piano, ma la segnaletica non la conosceva più. Non si metteva al posto di guida da troppo tempo. Allora gli ho detto: "Senti Giovanni, che io debba rischiare la vita perché guidi tu, dopo tutto quello che abbiamo passato, proprio non mi va". Ridevamo insieme». 

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