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LUGANO
26.08.20 - 06:000
Aggiornamento : 10:15

«Io svizzero, in piena pandemia il rimpatrio me lo sono fatto da solo»

Studente ticinese in soggiorno studio a Auckland accusa il Dipartimento Affari Esteri. «Non mi hanno aiutato a tornare»

A riportarlo in Ticino ci hanno pensato gli arabi.

LUGANO - Lui non c’era tra oltre 7'000 persone (4'065 cittadini svizzeri) che il Dipartimento federale degli affari esteri ha riportato in patria durante i terribili mesi della pandemia, quando numerosi confederati all’estero si sono trovati in difficoltà a rientrare a casa. Quella di Stefano è una vera e propria odissea, durata settimane.

Stefano non era un turista all’estero. Studente luganese di 22 anni, era partito nel giugno dello scorso anno per Auckland, in Nuova Zelanda, per uno stage-studio organizzato insieme all’Istituto scolastico di Bellinzona. L’esperienza sarebbe dovuta durare fino a giugno di quest’anno, ma è stata interrotta dall’arrivo del coronavirus. A fine marzo, Stefano decide di fare rientro in Ticino. Non sapeva quello che lo attendeva.

«Ero costantemente aggiornato sui siti dell’ambasciata svizzera e su quello del Dipartimento federale degli Affari esteri a Berna – ci racconta. I primi contatti con l’Ambasciata svizzera a Wellington, e successivamente a Berna li ho presi a fine marzo, quando sono arrivate le prime notizie di possibili rientri per la Svizzera».

Il primo volo in partenza da Auckland per Zurigo viene messo a disposizione l’8 aprile. Stefano si affretta a fare la prenotazione online sul sito messo a disposizione da Berna. La prenotazione va a buon fine. Il giorno dopo arriva la prima doccia fredda: Stefano non è stato ammesso sul volo. Nell’email una sterile comunicazione: "Caro cittadino svizzero, sfortunatamente non siamo stati in grado d'includerti nel primo volo di rimpatrio, faremo una valutazione dopo la partenza del volo e consulteremo Berna per procedure future”. Nessuna spiegazione sui motivi di questa esclusione. «Ho iniziato a chiamare le ambasciate, ma nessuna sapeva dirmi il motivo per cui non potevo partire». Sul volo oltre agli svizzeri, c’erano anche una trentina di stranieri. Un particolare, quest’ultimo, che mortifica lo studente ticinese. «Mi sono sentito abbandonato dalla mia stessa nazione. Perché non mi hanno dato la possibilità di salire a bordo, mentre ad altri stranieri sì?».

Altri voli da Auckland per la Svizzera non ce ne sarebbero stati. Lo fa sapere direttamente l’Ambasciata. Gli svizzeri presenti in Nuova Zelanda sono troppo pochi per poter organizzare un altro rimpatrio. «Abbiamo una lista di svizzeri che desiderano abbandonare il paese, daremo questa lista ad altri Stati che stanno organizzando voli di rimpatri. Le faremo sapere» recitava l’email.

Stefano inizia a cercare da solo voli delle compagnie più disparate.  Nel frattempo i prezzi erano saliti alle stelle. «Ho trovato voli di solo ritorno a 12'000 franchi, quando il mio biglietto di andata e ritorno lo avevo pagato a malapena 1'500 franchi».

Dopo pochi giorni arriva una nuova comunicazione. Forse c’è un volo con Lufthansa. È il 12 aprile. Ma dalla comunicazione giunta per email Stefano comprende che si tratta di una proposta “indecente”. «In sostanza dovevo presentarmi all’aeroporto senza avere la certezza al 100% di poter partire. Se c’erano posti liberi mi avrebbero fatto salire, altrimenti sarei rimasto a terra. Il volo era destinato a Vancouver, in Canada, dove avrei fatto scalo per diverse ore, e da lì arrivare poi a Francoforte. Il volo finiva lì. Non mi davano garanzie sulla possibilità di trovare un volo da Francoforte a Zurigo. Comprende che una proposta del genere può al limite andare bene per un turista qualsiasi, ma non per me che avevo parecchi bagagli a causa del mio lungo soggiorno in Nuova Zelanda. Se non fossi riuscito a salire su quel volo perché i posti erano già tutti esauriti, dove sarei andato a stare nei giorni successivi, visto che avrei dovuto consegnare le chiavi dell’appartamento, e muoversi in pieno lockdown per Auckland era praticamente impossibile?».

Stefano scarta l’offerta Lufthansa. Continua a chiamare l’Ambasciata svizzera, sia a Wellington che a Berna. Nessuno sembra volerlo aiutare. «Sì, devo ammettere che mi sono sentito rifiutato proprio dal mio stesso paese. Al telefono mi trattavano con insofferenza, erano sbrigativi, e non riuscivano mai a darmi delle spiegazioni. Nessuno che parlasse italiano. Me la sono cavata con l’inglese il francese».

Alla fine dopo diversi giorni di ricerca solitaria di voli, si accende una luce di speranza. Una speranza che porta il nome di Qatar Airways. «Sono riuscito ad arrivare a casa grazie agli arabi, non grazie alla Svizzera, e facendo tutto da solo. E pazienza se ho speso 1'700 franchi per il solo rientro e ho fatto un volo di 40 ore. Sono arrivato in Ticino con le mie uniche forze».

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