Keystone
Profughi bosniaci in Svizzera negli anni '90
LUGANO/SREBRENICA
10.07.20 - 08:000
Aggiornamento : 10:11

«I miei undici giorni nei boschi per sfuggire al massacro»

È trascorso un quarto di secolo dal genocidio di Srebrenica, un testimone racconta ciò che accadde quei giorni

«Ricordo i colpi d'arma da fuoco lungo il cammino verso Tuzla. Per intercettarci avevano piazzato un'infinità di posti di blocco»

LUGANO/SREBRENICA - Aveva diciott’anni da un mese quando le tigri di Arkan, assieme ad altre milizie serbe, affondarono gli artigli sulla gente rifugiata a Srebrenica. Akif Golubovic, oggi 43enne, viveva con la sua famiglia accanto a quello che sarebbe poi diventato il memoriale delle vittime del massacro. «Ringrazio Dio. Solo la fortuna o il destino ha voluto che non fossi tra le 8.372 persone assassinate. Non contava essere forti o deboli». Il destino e una fuga dall’orrore, attraverso i boschi, in direzione di Tuzla, poco prima che iniziasse la mattanza. Si era a ridosso dell’11 luglio 1995. Un quarto di secolo fa. «Una fuga lunga undici giorni, di cui nove senza toccare cibo - racconta a Tio/20Minuti questo testimone che vive in Ticino dal 1997.

Una spirale di violenze - Ma i rastrellamenti nelle case, rammenta, iniziarono tre anni prima della strage: «Prendevano gli uomini adulti e li portavano via. Siccome a quindici anni ero già alto un metro e novanta, rischiai anche io di fare una brutta fine. Fu mia mamma a mettersi di traverso: “È solo un bambino” disse loro». Di quel periodo riaffiorano i ricordi: «Ogni volta che ritorno da mia madre a Srebrenica è inevitabile pensare ai morti. Ai parenti e agli amici che non ce l’hanno fatta. Di questo parliamo. Di quando è caduta la granata che ha ammazzato il tale o di quella volta in cui un cecchino uccise il mio vicino di casa che camminava pochi metri dinnanzi a me. Scelse di sparare prima a lui. Non era destino».

La fiducia tradita - Questo succedeva nei giorni di guerra, molto prima della decisione di affidare la propria vita ai caschi blu olandesi. «Ero tra le migliaia di persone in fuga che finirono sotto la protezione dell’Onu. Ci presero le armi, i fucili con cui ci difendevamo, dicendoci che nessuno ci avrebbe toccato. Invece i serbi attaccarono e gli olandesi non mossero un dito. Saremmo morti, ma almeno combattendo, invece siamo morti lo stesso. Così iniziò la fuga, io ero una delle diecimila e più persone che presero la via dei boschi, verso Tuzla». 

Gli spari nei boschi - Tra Srebrenica e Tuzla ci sono poco più di cento chilometri. «Ci spostavamo in colonna, a gruppi, guidati da cacciatori che conoscevano i sentieri. Mia mamma, che doveva occuparsi della nonna malata, restò nel campo dell’Onu. Io invece mi misi in marcia. Ricordo i colpi d’arma da fuoco lungo il cammino. Per intercettarci avevano piazzato un’infinità di blocchi. Difatti per coprire quel centinaio di chilometri impiegai undici giorni. Non seguivamo una linea diritta. Camminavamo di giorno e di notte. Chi si addormentava rischiava di restare indietro e perdersi». 

Rabbia, non vendetta - Quando oggi Akif ripensa a quei giorni non può non provare rabbia: «È normale che sia arrabbiato. Hanno ammazzato troppa gente. Ma non nutro sentimenti di vendetta. A macchiarsi di quelle violenze furono dei gruppi. Tra la gente serba esistevano però tantissime brave persone. Persone con cui sono anche diventato amico». Di quella incerta fuga dall’orrore, lungo un territorio montagnoso, ricorda la fatica. «In quel periodo eravamo destinati tutti a morire. Chi si è salvato ha avuto solo fortuna. Senza cibo e costretti a correre quando sentivi sparare. La pianta dei miei piedi era diventata bianca per le scarpe inzuppate dal guado dei fiumi. Lungo la strada attraversavamo solo villaggi deserti». 

"Siete sopravvissuti" - Nella memoria è scolpito il momento in cui capirono di essere salvi: «Eravamo un gruppetto di ragazzi, per lo più quindicenni. Arrivati in questo paesino notammo le protezioni alle finestre. Le case dovevano dunque appartenere alla nostra gente. Io e un altro giovane, Mehmet, decidemmo di bussare a una porta, mentre gli altri sei compagni di viaggio si nascosero. Alla peggio non saremmo morti tutti. Invece dalla casa uscì una donna sulla sessantina. Noi avevamo la voce bloccata dalla paura. Non sapevamo cosa dire. Lei disse: “Figli miei, siete arrivati nel territorio di Tuzla. Siete sopravvissuti”. Avevamo fame e al villaggio ci sfamarono. In seguito, nella tendopoli montata nel vicino aeroporto, ritrovai mia mamma e mia nonna. Ma anche mio fratello che avevo smarrito davanti a un blocco serbo. Gli avevano detto che ero morto». Non c’era infatti possibilità di equivoco sulla brutta fine che avrebbero fatto gli uomini rimasti indietro: «Nel trasferimento in bus le donne videro lungo la strada i maschi, i padri e i mariti, a bordo strada, con le mani legate. Immobilizzati. Era chiaro che non li avrebbero più incontrati. Tutti, tranne i pochissimi scampati».

Giustizia e ferite aperte - Chi è sopravvissuto, come Akif, non può dimenticare. E non dimentica, da noi, l'associazione culturale Bosona Ticino che tiene viva la memoria assieme a Prosvjetitelj Muallim CH. La giustizia ha fatto il suo corso, riuscendo in parte a punire i responsabili del massacro. La sorte ne ha graziato altri. «È una ferita - osserva il nostro testimone - che non si può rimarginare nei tribunali. Nulla potrà restituire i morti. Una mia parente ha perso il marito e quattro figli maschi. Come può vivere in una casa vuota? Le condanne sono importanti, perché altri Paesi hanno riconosciuto il massacro, ma non rendono più leggero il cuore di chi ha perso tutto».

Il cuore e la testa - Perché nei primi anni dopo Srebrenica l’incubo ha rincorso gli scampati: «Mi ricordo nel dicembre 1997, quando arrivai in Ticino, nel centro per rifugiati di Chiasso. Non sapevo che giorno fosse. Mi addormentai, ma venni svegliato dal rumore di una sparatoria. Ero terrorizzato. Erano i fuochi d’artificio di Capodanno». E per Akif iniziava una nuova vita.

Tutto cominciò l'11 luglio di 25 anni fa Leggi il nostro Focus

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