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19.05.20 - 19:380
Aggiornamento : 20.05.20 - 09:14

La febbre persistente deve allarmare i genitori

Coronavirus e Sindrome di Kawasaki. Abbiamo fatto un po' di chiarezza con la dottoressa Lisa Kottanattu.

«L’obiettivo è fare la diagnosi in tempi brevi per iniziare il trattamento ed evitare complicazioni future».

BELLINZONA - I bambini si possono infettare con il coronavirus. Nonostante tutte le rassicurazioni a famiglie e genitori, la realtà è questa. Come è pure noto, e non va trascurato, che tra i bimbi il virus circola molto meno rispetto a come capita con gli adulti e che il decorso della malattia è più blando e lieve. Ciononostante, ci sono patologie che potrebbero essere collegate al Covid-19 che colpiscono i più piccoli, come la Sindrome di Kawasaki. Sempre più casi vengono segnalati in Italia e negli Stati Uniti, e a metà marzo se ne è presentato uno anche in Ticino.

Queste notizie mettono in allarme chi ha figli piccoli. Ma spesso la confusione è molta. Per cercare di fare un po’ di chiarezza, abbiamo parlato con la dottoressa Lisa Kottanattu, caposervizio di Pediatria e specialista in malattie infettive dell’Istituto pediatrico della Svizzera italiana.

Dottoressa, questo virus sembra colpire meno i più piccoli. Ma non è che vengono fatti meno tamponi?
«È vero che sono stati testati pochi bambini, ma anche nei paesi in cui sono stati eseguiti più tamponi e le scuole non sono state chiuse, o hanno riaperto prima, i numeri sono gli stessi. Sin da subito i bimbi che presentavano un decorso più complesso venivano comunque tutti strisciati. Adesso c’è stato un cambiamento di attitudine e si pensa al contact tracing anche sui bambini. E con i tamponi effettuati, per il momento, non abbiamo avuto sorprese. Nei pronti soccorso pediatrici ticinesi ne sono stati eseguiti una cinquantina, tutti negativi».

È vero che i bambini non contagiano gli adulti, ma prendono il virus da loro?
«I bambini si infettano, ma sono più al sicuro degli adulti. I decorsi gravi sono più rari. Ma non sappiamo nulla sulla contagiosità. Dire che le scuole sono degli “incubatori di Covid-19” non è possibile sulla base dei risultati odierni. Quello che sappiamo è che finora i bambini sono sempre stati contagiati dagli adulti e non viceversa».

Il 7 maggio un bambino di 10 anni è stato ricoverato in cure intermedie e poi trasferito a Losanna. Può dirci qualcosa?
«Solo che fortunatamente sta meglio».

Questa notizia ha spaventato molti genitori, soprattutto in vista dell'apertura delle scuole di qualche giorno dopo. Tutti pensano “avrebbe potuto essere mio figlio”...
«La preoccupazione è lecita. Bisogna però ricordare che manifestazioni del genere avuta da questo bambino le vediamo ogni anno, almeno 2 o 3 casi. Sono sindromi iperinfiammatorie che vengono scatenate da un virus, un batterio, un agente “x” esterno, e creano una risposta esagerata del sistema immunitario in bambini che hanno una predisposizione a farla. Un legame causale non è possibile, anche se c’è sicuramente quello temporale».

Ovunque si sentono casi della Sindrome di Kawasaki, soprattutto in Italia e negli Stati Uniti. Un caso anche in Ticino. È possibile fare chiarezza?
«Iniziamo dicendo che la Sindrome di Kawasaki non è contagiosa. Si tratta di una vasculite, un’infiammazione dei vasi sanguigni generalizzata a tutto il corpo. Ha predilezione per le arterie coronariche del cuore. Si presenta con uno stato febbrile che deve avere la durata di almeno cinque giorni. Noi pediatri siamo molto allenati nel pensarci e cerchiamo sintomi e indizi per confermare la diagnosi. I lettori devono capire che se la febbre perdura e il bambino non sta bene, deve essere fatto visitare dal pediatra. Il bimbo ticinese, comunque, ora sta benissimo».

Ma è colpa del Covid-19? 
«La Sindrome di Kawasaki ha sicuramente uno stimolo esterno. Un legame causale non è ancora stato comprovato per un preciso virus. Si sa però che c’è una predisposizione genetica, ad esempio i giapponesi sono più toccati».

Si può guarire?
«Tutto il processo infiammatorio è autolimitante. Dopo un po’ scompare. Sono febbri che durano un paio di settimane, ma senza una diagnosi precoce e se non trattato, ci potrebbero essere conseguenze a lungo termine sulle arterie del cuore. L’obiettivo è fare la diagnosi in tempi brevi per iniziare il trattamento ed evitare complicazioni future. Se si tratta subito, il bambino guarisce. Nei primi mesi si effettuano controlli regolari, in seguito si continua con quelli cardiologici. Di tutti i bambini che abbiamo seguito qui in Ticino dal 2016, nessuno ha avuto per ora conseguenze a lungo termine».

Quale fascia d’età colpisce?
«Il 75% dei Kawasaki è sotto ai 5 anni. Ma si possono vedere anche di età maggiore, pure adolescenti. Per questo è importante andare dal medico in caso di febbre persistente».

Infine, com’è cambiato il suo lavoro in questo periodo di pandemia?
«Il lavoro è tanto, non è un periodo semplice, ma in pediatria siamo la “parte fortunata” in questo momento. Abbiamo la fortuna che i bambini, per una volta, non sono il problema delle infezioni virali. Siamo solitamente più sollecitati durante l’inverno, con influenza e le bronchioliti. A livello cantonale ci si preparava da gennaio. Lo scambio di informazioni cliniche con altri paesi colpiti prima di noi è stato da subito ottimale e importante».

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