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LUGANO
06.04.20 - 06:050
Aggiornamento : 07:45

Aiuti pubblici a Plein, ma lui licenzia

Lo stilista ha ottenuto il lavoro ridotto per i dipendenti in Ticino e Italia. Eppure saltano sette impieghi

L'OCST: «Comportamento scorretto». Grande preoccupazione tra il personale

LUGANO - Philipp Plein fatica a stare fermo. A bordo della sua Ferrari in A2, chiuso in casa a guardare il Ceresio: la quarantena ticinese raccontata su Instagram sembra andare stretta allo stilista, abituato a dividersi tra Lugano, Cannes e Milano. Ma la calma è solo apparente. 

Anche con l'emergenza coronavirus, l'enfant terrible dell'imprenditoria ticinese si è dato da fare. Nelle scorse settimane, l'azienda ha fatto ricorso agli aiuti stanziati dalla Confederazione a sostegno dell'economia. La maggior parte dei dipendenti nella sede di Lugano - un centinaio - da marzo lavorano a orario ridotto, stando a informazioni raccolte da tio.ch/20minuti. 

Lo stesso vale per i dipendenti del marchio oltre confine. A Milano una cinquantina di collaboratori sono stati «sospesi dal lavoro» a marzo, e messi in cassa integrazione al 100 per cento. In Italia un decreto governativo ha bloccato i licenziamenti per due mesi, ma tra i dipendenti - contattati al telefono - c'è molta preoccupazione. Dei licenziamenti sarebbero già stati ventilati al personale, a partire da giugno.

In Ticino invece i tagli sono già iniziati. Fonti interne riferiscono di sette disdette comunicate mercoledì ad altrettanti collaboratori, nel quartier generale di Lugano. La conferma arriva dall'OCST. «Ci risulta, da alcune segnalazioni, che l'azienda abbia adottato purtroppo queste misure» spiega il sindacalista Paolo Coppi, che segue la pratica. Una mossa «scorretta» secondo il sindacato. 

«Gli aiuti pubblici sono concepiti proprio per impedire i licenziamenti» osserva Coppi. «È deplorevole che di fronte agli sforzi enormi messi in atto dalla collettività un'azienda si comporti in questo modo». Misure simili non sono state segnalate finora - spiega il sindacato - dalle diverse realtà della moda e nemmeno da realtà produttive più o meno piccole «che rispetto al fashion sono decisamente più colpite dalla crisi in corso». 

Il grande turnover nella maison di Plein è finito già in passato nel mirino dell'OCST, del resto. Come i ritmi forsennati e gli orari di lavoro al limite della legge. «Anche in questa situazione l'azienda conferma di dare pochissimo valore al capitale umano, attuando strategie di cui non si comprende la logica» incalza Coppi. I portavoce di Plein non sono stati finora raggiungibili per un commento.

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