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25.09.19 - 08:070
Aggiornamento : 26.09.19 - 16:27

“Strage” di neo mamme: «Ticino pieno di trogloditi»

Lasciate a casa durante o dopo la gravidanza. Una piaga senza fine. E Micaela Antonini Luvini, avvocato del consultorio Donna e Lavoro, è un fiume in piena

LUGANO – La grossa ditta del Locarnese, in cui lavorava da tempo, l’ha lasciata a casa dopo il congedo maternità. È solo uno dei tanti, troppi, episodi analoghi che ogni anno si verificano nella Svizzera italiana. La stessa sorte, di recente, è toccata a una donna del Luganese attiva nella ristorazione. Ormai è una vera e propria “strage” di neo mamme. «Il Ticino è pieno di datori di lavoro trogloditi – tuona Micaela Antonini Luvini –. Non sanno neanche le leggi. E spesso si finisce in pretura».

Parliamo di cifre. Quante segnalazioni ricevete in un anno?
Si arriva anche a una ventina. Circa nel 25% dei casi si è costretti ad andare dal giudice. Spesso le donne vengono licenziate già durante la gravidanza. Al momento in cui lo annunciano al capo. E molte volte questo capo non sa nemmeno che è illegale un licenziamento del genere.  

Perché tanta ignoranza?
Ah, questo non lo so. C’è chi pensa che la donna, una volta partorito, debba stare a casa. Punto e basta. Altri credono che una donna incinta non sia in grado di lavorare. Altri ancora guardano più in là. Oltre il parto. A quando la donna dovrà occuparsi dei bambini. E temono assenze nei momenti in cui questi bimbi dovessero, ad esempio, essere ammalati.  

I casi sono in aumento?
È un fenomeno che va avanti da qualche anno. E non si arresta. 

Alcune donne dopo la maternità chiedono la riduzione del tempo di lavoro…
Alcune aziende non lo tollerano. È uno dei pretesti per lasciare la donna a casa. Ma non c’è solo quello. Pensiamo all’allattamento. A qualcuno dà fastidio che la donna si assenti un’ora e mezza per andare ad allattare il figlio. Soprattutto se si tratta di un’azienda medio-piccola, dove c’è poco personale. 

Non per fare l’avvocato del diavolo. Ma in questi casi il datore di lavoro potrebbe essere effettivamente in difficoltà. O no?
Col buonsenso le difficoltà si risolvono. Magari la mamma si assenta per l’allattamento. Però poi fa di tutto per recuperare o dimostra in altro modo la sua fedeltà all’azienda. Ci sono mille modi per creare un rapporto armonioso e sano. 

Il vostro consultorio vince diverse cause in tribunale. A che serve se poi, in ogni caso, la donna non riavrà mai il lavoro in questione?
Effettivamente abbiamo vinto tante battaglie. Ma comunque vada è una sconfitta. La riassunzione non è prevista. E al massimo ci sono indennità pari a 6 mesi di salario. 

Che conseguenze morali può avere tutto questo sulla donna?
C’è frustrazione. Demoralizzazione. Anche perché in molti casi la donna ha davvero bisogno di guadagnare. Oppure perché si era affezionata al lavoro, ci teneva a fare una certa carriera. Ritrovarsi improvvisamente a casa con poche prospettive è ingiusto. 

Il PPD ha inoltrato al Gran Consiglio un’iniziativa parlamentare. Non più 16 settimane di tutela per le neo mamme, bensì 52. Che ne pensa?
È un’iniziativa doverosa. Il sistema attuale penalizza le donne che vogliono avere figli e permette ai datori di lavoro furbi di aggirare le leggi come vogliono. La mia impressione, tuttavia, è che la politica stia un po’ dormendo su questa questione. Non mi pare che ci sia una ferma volontà di cambiare le cose.   

Ci sono aziende che, al momento del colloquio di lavoro, chiedono esplicitamente alla donna se vuole avere figli. Cosa consiglia?
Di mentire spudoratamente. Anche se li vuole avere. È una domanda scorretta. Il datore di lavoro non dovrebbe permettersi di farla. Sì, care donne, mentite per il vostro bene. 

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