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CANTONE
19.09.19 - 08:000
Aggiornamento : 14:43

Le vite degli italiani sotto lo sguardo dello Stato

Le verifiche di polizia sul domicilio in Ticino dei cittadini stranieri al centro della polemica. Vi raccontiamo tre casi contestati: tra centinaia di appostamenti e foto di biancheria intima

BELLINZONA - C’è Maria che un giorno ha la malaugurata idea di scrivere su Facebook che abita in Italia e alla fine si trova a casa, nel Luganese dove è nata, la polizia che le fotografa la biancheria intima nei cassetti. Ma c’è anche Carlo che due agenti lo scorso anno sono andati a controllare a domicilio per 199 volte. Senza dimenticare Franco cui viene contestato, lui sì, di non tenere mutande nell'armadio («sono a lavare da mia madre», si giustifica. Ma non basta).  

Non è la vita degli altri ai tempi della DDR, ma il resoconto delle verifiche su alcuni, tra i molti, cittadini italiani oggetto oggi in Ticino di controlli sul loro reale domicilio. È l’altra faccia della politica sugli stranieri attuata dal Consiglio di Stato. Negli scorsi giorni il PLR ha attaccato a muso duro Norman Gobbi, il suo Dipartimento e la Sezione della popolazione: «È in atto una strategia antistranieri a tutto campo» che culmina con la revoca dei permessi di dimora. Lo stesso Dipartimento delle Istituzioni, interpellato da Tio.ch/20Minuti per una replica alle accuse di distogliere forze dello Stato da compiti più importanti, rinvia alla risposta che il Governo stesso darà ai mozionanti.

Noi - tra le molte contestazioni in atto - vi raccontiamo tre casi, individui in carne e ossa, attraverso le carte dell’avvocato Marco Garbani, indicando quali sono i fatti e quali le opinioni. Come quando l’avvocato si chiede se «è normale che in Ticino vi siano in giro decine e decine di agenti a controllare con centinaia di appostamenti occulti se questi cittadini italiani hanno qui il centro degli interessi? Sono persone che pagano le imposte qui e non hanno mai creato problemi». È normale? 

L’imprenditore Carlo controllato più di 270 volte


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Nel 2013 Carlo arriva in Ticino e qui crea una società immobiliare che oggi genera un indotto milionario, posti di lavoro e tasse allo Stato. Lo scorso luglio l’Ufficio migrazione gli ha revocato il prolungo del soggiorno (B/CE e C). È lo stesso ufficio che nel dicembre 2016 afferma di essere in possesso di documenti «che fanno propendere che il suo soggiorno sia fittizio e di comodo». Sono documenti che, ad oggi, l’avvocato Marco Garbani ha chiesto invano. Ma il legale, nel suo ricorso, contesta anche i 199 accertamenti della polizia cantonale effettuati presso l’abitazione dell’italiano nel Luganese. In più ci sono anche 70 controlli effettuati quando l’uomo stava nel Mendrisiotto. Le autorità non si sono fermate lì, ma hanno interrogato testimoni (dalla portinaia ai conoscenti). Tutte le volte, contesta l’avvocato, senza contraddittorio. La montagna, aggiunge, ha partorito un topolino: «È stata rilevata l’assenza della sua vettura sotto casa, senza accorgersi che non usandola quasi mai è posteggiata dai figli. Il tutto per dimostrare che egli non risiederebbe in Ticino (ma dove allora?)».

Per Garbani c’è stato «uno spropositato sperpero di mezzi per accertare il presunto soggiorno di una persona onesta e che paga le imposte». Le autorità ticinesi, aggiunge, «in caso di fondato sospetto avrebbero potuto semplicemente segnalare il caso all’Agenzia delle entrate italiane, obbligando il mio cliente a dimostrare di non avere alcun centro degli interessi in Italia».

Maria vive qui, ma su Facebook scrive: “Abito in Italia”


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Maria è nata in Ticino da genitori italiani e ha ricevuto preavviso favorevole dalle autorità federali e comunali per la naturalizzazione. Dal 2014 lavora in banca a Lugano, progetta di sposarsi con un ragazzo italiano e di cercare casa nel Mendrisiotto. Il Cantone, invece, lo scorso marzo le ha revocato il permesso di domicilio. Anche per lei l’autorità non ha lesinato: 240 controlli, anche con appostamenti fissi di due agenti. E poi le verifiche sui social dove la ragazza sarebbe inciampata scrivendo di abitare in Italia. Una dichiarazione da prendere con le pinze, obietta Garbani: «Che vuol dire? Ci sono deputati che scrivono di abitare “in capo al mondo”, lì destituiamo?».

L’avvocato parla di «vessatorio accanimento» contro la sua cliente e denuncia l’accompagnamento coatto nella stazione di polizia, con l’obbligo di consegna del telefonino, nonché le perquisizioni e le fotografie scattate dentro casa da agenti maschi: «Qual è la base legale per pretendere di fotografare la biancheria intima?». All’origine di tutto, sostiene Garbani, ci sarebbe un battibecco con un vicino di casa che la giovane aveva criticato perché stava lavando l’auto con la canna nonostante il divieto nel periodo di siccità. Il vicino l’avrebbe minacciata, «pavoneggiando non meglio precisate influenze anti-straniere. Fatto sta che da lì sono iniziati i suoi guai» rileva l’avvocato.

Franco fulminato dai bassi consumi elettrici e senza mutande


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 Se sei straniero in Ticino occhio ad economizzare corrente. L’irrisorio consumo in casa di energia elettrica (300 kWh rilevati in un anno, contro la media nazionale di 3.000 per economia domestica) è costato a Franco la revoca del permesso di dimora da parte della Sezione della popolazione nel gennaio 2018. Lui si è giustificato dicendo di mangiare quasi sempre fuori casa. Ma la decisione è stata confermata dal Consiglio di Stato lo scorso marzo e quindi impugnata dall’avvocato Garbani. Anche nel suo caso l’autorità non ha lesinato controlli: una settantina presso il contestato domicilio nel Mendrisiotto e altrettanti nella casa del Luganese dove si è trasferito. Ma è nella prima abitazione che sarebbero emersi elementi tali da spingere il Cantone a negargli il permesso per una residenza che è iniziata nel 2013. L'avvocato di Franco parla, ed è un suo diritto, di «un’istruttoria assillante, carente e unilaterale che ricorda i Paesi assolutisti di Oltrecortina. Affermazione che non vuole essere offensiva, bensì comparativa». E minuzioso è senz’altro l’elenco degli oggetti trovati in casa di Franco durante il sopralluogo di polizia. Per il Governo una dotazione scarna, più consona ad una casa abitata per finta: «Pochi indumenti (completa assenza di calze, mutande, canottiere, pantofole), scarsi prodotti per l’igiene (un solo tubetto di dentifricio, due doccia-schiuma, un unico shampoo, una sola lametta per radersi senza relativo gel o schiuma da barba, nessun rasoio elettrico)». Ma l’avvocato parla di «descrizione dell’appartamento unilaterale» e incompleta. Il Governo intanto rigetta le spiegazioni dell'italiano: «I miei vestiti e le mie mutande erano a lavare da mia madre».

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