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CANTONE
31.07.19 - 10:590
Aggiornamento : 13:23

Contagio da epatite C: condannato l’EOC

Altro procedimento, stesso epilogo. Ritenuto colpevole di lesioni colpose gravi, l’Ente dovrà pagare una multa di 60’000 franchi

BELLINZONA - Una migliore organizzazione avrebbe permesso di risalire al tecnico di radiologia che ha commesso un evidente errore sanitario. L’Ente ospedaliero cantonale (EOC) è quindi da ritenere colpevole di lesioni colpose gravi - l’epatite C è una malattia dal decorso perlopiù cronico (Ufficio federale sanità) -, e dovrà pagare una multa di 60’000 franchi.

È questa la sentenza pronunciata questa mattina alla Pretura penale di Bellinzona dal giudice Siro Quadri (lo stesso che aveva pronunciato la sentenza di prima istanza). Nel motivare la sentenza, Quadri ha ricordato che l’EOC ha dei doveri organizzativi per la sicurezza dei pazienti, «per permettergli nel tempo di conoscere l’identità di ogni operatore che contribuisce alle sue cure e ai suoi trattamenti». 

L'EOC ha inoltre violato il principio di sorveglianza delle risorse umane, ovvero l’obbligo di un’azienda di definire e delimitare chiaramente le competenze del personale e la tracciabilità delle attività «intrinsicamente pericolose» svolte (ad esempio chi guida un’auto aziendale).

Processo bis - Il 21 novembre 2016 l’Ente ospedaliero cantonale (EOC) era stato condannato a una multa di 60’000 franchi per lesioni colpose gravi, poiché riconosciuto colpevole di un contagio da epatite C ai danni di quattro pazienti, verificatosi il 19 dicembre 2013 nel reparto di radiologia dell’Ospedale Civico di Lugano. Ma nell’autunno del 2017 la Corte di appello e revisione penale aveva deciso di annullare la sentenza di primo grado e di rinviare la causa al tribunale di prima istanza. 

L’accusa, rappresentata dal procuratore pubblico Moreno Capella, chiedeva una condanna dell’EOC a una multa di 100’000 franchi per lesioni colpose gravi, mentre la difesa (nelle mani degli avvocati Mattia Tonella e Mario Molo) si era battuta per il proscioglimento dell’Ente, «poiché non c’è stata alcuna carenza organizzativa», visto che la legge sanitaria cantonale non prevede un obbligo di identificare gli operatori che effettuano la posa di una via venosa durante la fase preparatoria di una TAC.

La difesa ha già fatto sapere che ricorrerà contro la sentenza.

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