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CANTONE
21.05.19 - 08:100
Aggiornamento : 09:12

L'incubo di Sergio Devecchi dentro gli istituti per minori

«Botte, ma anche abusi sessuali» in istituti per minori in Ticino e nei Grigioni. Sergio Devecchi, pedagogista in pensione, racconta la sua storia in “Infanzia rubata” (Ed. Casagrande, 2019)

BELLINZONA - Sarà presentato questa sera al Teatro Sociale di Bellinzona alle 20.30 il libro “Infanzia rubata” (Edizioni Casagrande, 2019) di Sergio Devecchi. Un testo dentro cui Devecchi (classe 1947) narra la sua storia di bambino di soli sei giorni sottratto alla madre e collocato in istituti per minori in Ticino (Pura, Bellinzona, Pollegio) e successivamente a Zizers, nei Grigioni. Istituti in cui subisce maltrattamenti di ogni sorta e da dove, con regolarità, fugge alla ricerca delle proprie origini e della propria identità.

Poi avviene una svolta: Devecchi studia pedagogia e diventa educatore, fondatore e direttore di vari istituti in Svizzera tedesca, così come, tra le altre cose, consulente e membro di gruppi professionali attivi in tale ambito.

Devecchi decide di mettere nero su bianco la sua storia - pubblicata originariamente in tedesco, “Heimweh” (Stämpfli Verlag, 2017), e ora tradotta in italiano - al momento del pensionamento. Una storia che fino a quegli istanti aveva custodito dentro di sé».

Signor Devecchi, per quale motivo non ha denunciato prima i fatti? 

«Avevo il timore che il mio racconto potesse ricadere su di me e sulla mia carriera. E mi vergognavo anche...».

Perché fu sottratto alla sua famiglia?

«Ero un figlio illegittimo e nel 1947, nell'immediato dopoguerra, la società non lo tollerava. Inoltre, mia madre e mia nonna erano molto povere: di conseguenza, quando avevo pochi giorni, con l'aiuto del prete e il consenso delle autorità, mi hanno messo in istituto, dove sono rimasto per diciassette anni».

Il primo si trovava a Pura, giusto?

«Sì, era l’istituto per minori “Dio aiuta”. Poi, dopo undici anni, d'un tratto è stato chiuso, e da un giorno all’altro mi sono ritrovato al Von Mentlen di Bellinzona. Dopodiché, sono finito a Pollegio e a Zizers».

Come era la sua giornata all’interno di essi?

«Erano istituti protestanti severissimi: si lavorava in stalla e si pregava. Le punizioni e i castighi erano all’ordine del giorno».

Che tipo di maltrattamenti ha subìto?

«Botte, ma anche abusi sessuali, in particolare a Pura, per tanti mesi, da parte di un collaboratore».

Come ha reagito nell’immediatezza dei fatti?

«Credevo fosse colpa mia e non ne ho mai parlato con nessuno...».

Come è avvenuta la scelta di studiare pedagogia?

«Nel 1964 mi spedirono a Lugano, completamente solo, senza soldi e senza una formazione. Ero disperato. Dopo qualche tempo incontrai per caso un assistente sociale di Zurigo che mi suggerì di prendere quella strada…».

Da quando Sergio Devecchi sta bene con sé stesso?

«Da tanto tempo. Anche se dopo le esperienze in istituto le fasi drammatiche della mia vita non erano ancora finite…».

In che senso?

«Ero riuscito a crearmi una famiglia. Ma quel nido costruito con mia moglie si sgretolò pochi anni dopo, in seguito alla sua morte. E per me, inevitabilmente, quella fu una terribile ricaduta...».

Ma si è rialzato un’altra volta…

«Sì, grazie ai miei due figli - oggi di 35 e 33 anni -, così come alla forza e alla resilienza che sento dentro di me… La stessa che mi ha fatto sopportare e superare tutte le ingiustizie...».

Info: sergio-devecchi.ch; edizionicasagrande.com; amilcare.ch

 

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Commenti
 
Frankeat 3 mesi fa su tio
Se non sbaglio, non tanti giorni fa il Corriere del Ticino ha pubblicato una bella intervista con relativo articolo, se ricordo bene usando due intere pagine. Molto toccante.
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