CANTONE / FRANCIA
16.04.19 - 13:190
Aggiornamento : 15:37

Botta: «Si potrà ricostruire, ma non sarà più come l'originale»

Il rogo di Notre-Dame e le riflessioni del celebre architetto: «Il restauro potrà denunciare l'accaduto e la nostra fragilità. Le città del mondo crescono e quelle europee s'impoveriscono»

PARIGI - «Le città del mondo crescono e quelle europee s’impoveriscono». Non può che prevalere l’amarezza nelle riflessioni dell’architetto Mario Botta all’indomani della devastazione di Notre-Dame. Dalla lontana modernità di Singapore, dove si trova, il ticinese, che è tra i pochi contemporanei ad aver progettato cattedrali, ha seguito come tutti l’incendio di Parigi…

«Noi non ne siamo proprietari - spiega al telefono - ma abbiamo un usufrutto pro tempore della Storia. Il fuoco e gli incendi fanno parte della vita dei monumenti e molto spesso, in passato, sono stati ricostruiti dopo eventi distruttivi».

Dunque da cosa nasce la differenza stavolta?

«Ciò che è accaduto impressiona perché Notre-Dame è una parte della nostra identità collettiva. Come vecchi europei abbiamo la cattedrale di Parigi tra i riferimenti. Questo incendio racconta perciò la fragilità del nostro essere oggi e del nostro usufruire di una Storia millenaria. È un bene che ci è stato trasmesso gratuitamente e forse noi non ce ne prendiamo cura a sufficienza. Questo è il risultato e non mi riferisco solo al fatto fisico ma appunto identitario. È come se fosse bruciata una parte del nostro essere».

Notre-Dame è anche l’eredità di sapienze costruttive antiche, dalle tecniche ai materiali… Nel 2019 l’Europa possiede ancora le capacità, anche artigianali, per ricostruire Notre-Dame?

«Certamente, non dobbiamo aver paura di questo. La tristezza è semmai che il nostro tempo abbia permesso un incendio e una distruzione, anche se parziale, di questa entità. Certamente si potrà ricostruire, ma non sarà più come l’originale. È un segno di debolezza, come quando si sostituisce una parte del corpo umano. Non credo che la difficoltà stia tanto nella ricostruzione, quanto accaduto invece è un segno della nostra fragilità. Viviamo in perenne corsa, crediamo di avere in mano il mondo e poi…  lasciamo bruciare un patrimonio che ci è stato affidato pro tempore».

È anche un monito…

«Non dobbiamo accorgerci dei segni d’identità solo quando scompaiono. Tutto questo fa parte della città che non è solo struttura fisica ma anche memoria. È il vero patrimonio su cui fondiamo il contemporaneo rendendo possibili le forme espressive del nostro essere oggi».

Tutte le valutazioni sullo stato di Notre Dame sono ancora da fare. Ma lei, da architetto, immagina un restauro del monumento come è scolpito negli occhi della collettività o, facendo un passo oltre, un forte segno dell’accaduto dovrà rimanere?

«Ovviamente è prematuro parlarne, oltretutto a distanza, ma il restauro può anche essere una denuncia di quello che è successo. Lo stesso restauro filologico può mostrare la fragilità di questo periodo storico. Lo si potrà fare e credo che sia i restauratori sia gli archeologi avranno le capacità e la cultura per farlo. Resta... che le città del mondo crescono e le nostre città europee s’impoveriscono».  

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