CANTONE
19.03.19 - 14:350

Un libro per ricordare i 50 anni del carcere della Stampa

Il penitenziario fu inaugurato l’8 agosto 1968. Il libro è stato prodotto il Dipartimento delle istituzioni, attraverso il lavoro di Gabriele Botti, membro dello staff di Norman Gobbi

BELLINZONA - Un libro di 100 pagine per ricordare un giubileo importante, ovvero i 50 anni del carcere della Stampa, che venne inaugurato l’8 agosto 1968. È quanto ha prodotto il Dipartimento delle istituzioni, attraverso il lavoro di Gabriele Botti, membro dello staff del Servizio di comunicazione del Consigliere di Stato Norman Gobbi. Un volume snello, di facile lettura e ricco di riferimenti storici, statistici e giornalistici, che racconta non solo le vicende legate al carcere della Stampa, ma anche il percorso compiuto dalle prigioni ticinesi a partire dall’epoca prebalivale fino a giorni nostri.

Il libro intitolato “#50, il mezzo secolo del Carcere della Stampa” - e stampato proprio dalla tipografia del penitenziario cantonale - è suddiviso in tre parti: la prima è prettamente storica (prende spunto dal volume “Carcere, carcerieri e carcerati” di Sergio Jacomella), la seconda fotografica e la terza di taglio giornalistico, con cinque interviste a cinque personalità che, ricoprendo ognuna uno specifico ruolo, ruotano attorno all’universo carcerario: il Direttore delle Strutture carcerarie cantonali, Stefano Laffranchini (“La Stampa oggi”); la Direttrice della Divisione giustizia, Frida Andreotti (“La Stampa domani”); la Responsabile dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, Luisella Demartini (“Lavorare in carcere”); il Presidente dell’Ufficio del giudici dei provvedimenti coercitivi, Maurizio Albisetti Bernasconi (“Un carcere più aperto?”); il capo d’arte François Orchide (“La mia esperienza”). Il libro è introdotto dal Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.

Cenni storici

Il carcere della Stampa fu inaugurato l’8 agosto 1968 e tutto – si evince dai resoconti di allora - si svolse «nell’ordine e nella disciplina». Il penitenziario, in ossequio ai dettami del Codice penale, fu suddiviso in quattro padiglioni indipendenti: la prima sezione (carcere giudiziario) disponeva di 48 posti; la seconda (primari) di 30; la terza (recidivi) di 51; la quarta (carcere femminile) di 18. Il primo direttore fu Annibale Rabaglio, che subentrò al dimissionario Piero Poretti. Nel suo mezzo secolo di storia, il penitenziario della Stampa ha avuto sei direttori: Annibale Rabaglio (1968-1983), Giacomo Morellini (1983-1984), Alex Pedrazzini (1984-1987), Armando Ardia (1987-2008), Fabrizio Comandini (2008-2014), Marco Zambetti (2014, ad interim) e Stefano Laffranchini (2014-?). Il credito votato dal Gran Consiglio con Decreti legislativi del 10 settembre 1963 e del 14 aprile 1964 fu di 7 milioni (6,65 per la costruzione, il resto per il terreno); l’opera fu sussidiata dalla Confederazione nella misura di oltre 3 milioni. Pur andando a colmare una evidente lacuna, il carcere non dipanò le nebbie del passato: emersero infatti quasi subito quelli che sarebbero stati i problemi che lo avrebbero accompagnato anche successivamente: l’aumento della popolazione carceraria e la conseguente inadeguatezza degli spazi.
Problemi che si devono affrontare ancora oggi, così come è emerso giusto una settimana fa durante la conferenza stampa dedicata al bilancio 2018 delle Strutture carcerarie cantonali. Non è quindi un caso se di nuove strutture carcerarie si parlò già una trentina d’anni fa, quando la Stampa era poco più che maggiorenne. Anzi, a ben guardare è appunto un tema di cui si discute praticamente da sempre e sul quale si dibatte tuttora. Il futuro? Una “nuova Stampa” appare ormai una logica soluzione. Sul dove e sul quando si sta discutendo.

Problemi e contromisure

Scrive il Direttore del DI, Norman Gobbi, nell’introduzione: «In un’assolata giornata di agosto di cinquant’anni fa, così raccontano le cronache giornalistiche di allora, veniva inaugurato il Penitenziario cantonale della Stampa a Cadro. Il primo direttore, Annibale Rabaglio, si trovò a gestire una struttura moderna, attesa da tempo immemore e per molti versi all’avanguardia. Un carcere che nulla aveva a che fare con quanto esisteva prima: il nostro Cantone compì quel giorno un passo avanti nella civiltà. I suoi punti deboli emersero però ben presto e negli ultimi anni le riflessioni sul suo futuro si sono intensificate: da un lato, si intende correggerne i limiti imputabili all’età, dall’altro si cercherà di fornire una risposta almeno parziale al cronico problema della mancanza di spazi e della conseguente sovraoccupazione. Preoccupazioni che il Dipartimento delle istituzioni ha affrontato e affronta attraverso concrete proposte e puntuali soluzioni. Oltre alla sovraoccupazione, altri temi si sono presentati regolarmente nel corso dell’articolata storia delle carceri ticinesi: alludo, ad esempio, all’urgenza di mantenere il giusto equilibrio tra sicurezza, espiazione della pena e reinserimento sociale, così come alle restrizioni derivate da un contesto economico che spesso ha condizionato, se non addirittura compromesso, il cambiamento. Anche la prospettata ristrutturazione del Penitenziario della Stampa non sfugge all’obbligo di ponderare con la massima attenzione ogni investimento. L’ipotesi di un nuovo carcere è stata congelata, ma non accantonata: l’idea resta d’attualità, anche se non sarà per domani. La Stampa ha quindi tagliato un significativo traguardo e lo ha fatto potendo contare sull’apporto di un personale motivato, preparato e competente, che dimostra ogni giorno uno spiccato e costruttivo spirito di appartenenza. A tutti i collaboratori vada il mio sincero ringraziamento».

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