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CANTONE
05.11.18 - 18:030

«Gli studenti IPUS sono stati ingannati»

Fino a ventisei mesi di carcere per i responsabili dell’ex istituto di Chiasso

LUGANO - Ventisei mesi da espiare per il sessantenne, ex direttore IPUS. Venti mesi, sospesi per tre anni, per la quarantottenne ex segretaria. È la condanna che la Corte presieduta dal giudice Marco Villa ha stabilito nei confronti dei due imputati comparsi alle Criminali per la vicenda dell’istituto universitario di Chiasso che tra il 2013 e il 2016 aveva promesso lauree che non poteva elargire. Un periodo in cui i due avevano inoltre sottratto circa un milione di franchi dai conti della scuola. I due sono stati ritenuti principalmente colpevoli di truffa, mentre sono stati prosciolti dall’amministrazione infedele qualificata (lui solo parzialmente). Non è inoltre stata riconosciuta la richiesta di espulsione avanzata dall’accusa.

«Per la Corte non c’è dubbio che si sia trattato di un inganno astuto ai danni di tutti gli studenti IPUS». Questo soprattutto se si considera che questi pagavano una retta particolarmente elevata: 9’500 euro. Un importo che «non si paga, se non si hanno le dovute garanzie» ha sottolineato il giudice.

E non solo. Gli imputati hanno illecitamente utilizzato il termine “università”, pur sapendo che IPUS non avrebbe mai ottenuto l’accreditamento. Hanno fatto credere agli studenti che avrebbero ottenuto una doppia laurea, italiana e svizzera. E su tutto il materiale informativo dell’istituto si parlava di “università svizzera”, «pertanto gli iscritti erano convinti di trovare una struttura funzionante».

I due sono inoltre condannati al pagamento delle spese legali degli studenti che si sono costituiti parte civile. Per quanto riguarda invece il risarcimento delle rette scolastiche, la questione è stata rimandata al foro civile. Dall’incarto si evince infatti che in qualche modo la formazione seguita presso IPUS sarebbe stata riconosciuta altrove.

Le giustificazioni - Nel corso del dibattimento, che ha avuto luogo la scorsa settimana, i due avevano a più riprese detto di aver agito correttamente, fornendo tutte le informazioni agli studenti iscritti alla scuola. «Sin dall’inizio eravamo stati chiari, non abbiamo mai detto che avremmo rilasciato un titolo: nessuno potrà mai dire di essere stato ingannato» aveva affermato il sessantenne. E per quanto riguarda il buco finanziario, sempre l’ex direttore sosteneva che il denaro era stato utilizzato per «relazioni pubbliche» volte ad aumentare il numero degli iscritti.

Le richieste delle parti - L’accusa, rappresentata dalla procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti, aveva chiesto una condanna a una pena detentiva di tre anni e dieci mesi per l’ex direttore dell’istituto e di tre anni per la segretaria. Per entrambi chiedeva, come detto, almeno dieci anni di espulsione dalla Svizzera. Gli avvocati difensori, Stefano Pizzola e Sandra Xavier, si erano invece battuti per il proscioglimento degli imputati dai principali capi d’imputazione. E quindi per una massiccia riduzione della pena.

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