LUGANO
15.05.18 - 08:300
Aggiornamento 12:04

«Tre anni di inferno lavorando spiata dalle videocamere»

Il racconto di una dipendente che ha lavorato per anni costantemente controllata da webcam di sorveglianza. Unia: «Situazione illegale, riceviamo denunce settimanalmente»

LUGANO - Lavorare ed essere sorvegliati costantemente da una videocamera è una realtà molto più diffusa di quanto si possa immaginare. La triste vicenda denunciata dal sindacato Unia della commessa ticinese che si sarebbe tolta la vita dopo essere stata licenziata e dopo aver subito forte stress a causa di continue sorveglianze video e audio, ha portato alla luce storie analoghe. Come quella di M., una professionista del Luganese, che ha deciso di raccontare la sua storia, a condizione di rispettare l’anonimato. 

«Ho vissuto diversi anni di inferno in uno studio. Erano posizionate diverse videocamere. Venivamo continuamente monitorate, e come noi anche i clienti, senza che nessuno venisse informato di questa situazione». È un fiume in piena nel suo racconto, la nostra interlocutrice. Tutto iniziò con le webcam sul computer. «Dovevano restare sempre accese. Nemmeno sapevamo chi ci fosse esattamente dall’altra parte dello schermo. Ricevevamo ordini su cosa fare, su come vestire, su come comportarci». Perfino i colloqui di lavoro venivano registrati di nascosto. Capitava infatti che i candidati venissero testati da un responsabile dell’azienda. Accanto a lui l’inevitabile webcam del pc puntata sul candidato. «Dopo le webcam sono arrivate le videocamere di sorveglianza. Ne sono state installate diverse. Alcune visibili, altre nascoste nei luoghi più inimmaginabili». Ed è a quel punto che la situazione è diventata ingestibile. «La direzione aveva spiegato che la sorveglianza video e audio si era resa necessaria per motivi di sicurezza, in realtà venivano registrate tutte le conversazioni del personale e dei clienti a loro insaputa. Una situazione chiaramente illegale». Un modo di lavorare logorante, psicologicamente devastante che M. è riuscita ad affrontare a testa alta fino alla denuncia finale. «Sono riuscita a denunciare e uscire da quel posto nonostante amassi il mio lavoro. Ne è valsa la pena? Non so. Ho affrontato tutte le spese mediche di tasca mia, e ora mi ritrovo disoccupata per aver parlato. Lo studio invece continua ad operare come se nulla fosse successo».

«Storie come queste ne ricevo settimanalmente», ci dice Giangiorgio Gargantini di Unia. «Posizionare videocamere di sorveglianza è legale, ma a determinate condizioni. La legge è molto chiara su cosa si può fare e cosa no». Le segnalazioni di uso improprio di videocamere  arrivano soprattutto da negozi, ristoranti, alberghi, e in particolare stazioni di servizio. Quest’ultimo settore, confrontato con rapine e malviventi, si è munito sempre più di apparecchi di registrazione. «La videocamera deve servire per la sicurezza del negozio e del dipendente - spiega Gargantini -  quindi va bene se è puntata sulla cassa, sull’entrata dell’esercizio pubblico, ma non va bene se la videocamera si sposta in base ai movimenti del lavoratore, o viene posizionata in sala pausa, o addirittura negli spogliatoi. Questo è chiaramente illegale, perché non tutela nessuno ma serve solo per spiare i comportamenti dei dipendenti». Un confine molto labile tra l’esigenza di sicurezza e l’invadenza nella sfera privata. «Certamente il confine è molto sottile - conferma il sindacalista - ma ci sono margini di denunce e in quei casi interveniamo».

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