BELLINZONA
04.05.18 - 07:070
Aggiornamento : 10:15

«Perché Karl Marx aveva previsto tutto»

Duecento anni fa nasceva l’autore del Capitale. Cosa resta oggi di quel pensiero secondo Max Ay, segretario del Partito comunista della Svizzera Italiana

BELLINZONA - E alla fine Karl ha battuto Groucho Marx… Nel 1989 in pochi ci avrebbero scommesso, ma oggi le visioni del pensatore tedesco sono tornate d’attualità. E allora, in occasione del duecentesimo della nascita del padre del comunismo, ne parliamo con chi, su quei testi, ha costruito la propria lotta politica: il deputato Massimiliano Ay, 35 anni, segretario del Partito comunista della Svizzera Italiana.

Cosa ha significato per lei Marx?

«Il suo pensiero ha significato due cose. Innanzitutto un metodo completo di analisi della realtà. E poi vi ho trovato quel senso di giustizia sociale che andavo cercando quando mi sono avvicinato alla politica».

Quando ha letto per la prima volta Il Capitale?

«Ammetto che Il Capitale completamente non l’ho mai letto. Ne ho lette diverse parti e dei compendi, perché in realtà mi sono concentrato soprattutto sul Marx politico e filosofico».

Quindi non metterebbe la mano sul fuoco che anche i suoi compagni abbiano letto l'intero tomo…?

«No, ma nel mio partito ci sono economisti che lo hanno studiato a fondo».

Un aspetto, il più importante, per cui il marxismo oggi è ancora attuale?

«Il marxismo ha descritto il capitalismo, quello delle origini, però tutte le contraddizioni di quest’ultimo si stanno realizzando. Le crisi economiche, l’incapacità di risolvere il problema della povertà, quello della ridistribuzione della ricchezza… Tutti temi ancora attualissimi».

Se Marx fosse vivo oggi si batterebbe per quale proletariato?

«Meglio rispondere per me, non oso tirare in ballo lui… Comunque oggi la classe operaia è più parcellizzata. Ci sono i fenomeni migratori. Ci sono vari tipi di contratto di lavoro. Tutto ciò rende complicato identificare la classe operaia. Però i lavoratori continuano ad esistere. Coloro che non hanno ancora il coltello dalla parte del manico, noi crediamo che vadano tutelati e spinti a progredire finché raggiungano il controllo della società».

Per lei, dunque, il capitalismo cos’è? Un nemico da abbattere? Un male con cui convivere?

«Domanda impegnativa. Il marxismo analizza la società in maniera dialettica, quindi il capitalismo fa parte di questa società e così sarà ancora per tanto tempo. Qualora anche i comunisti arrivassero al governo, in una prima fase, il capitalismo in alcune sue parti continuerà ad esistere…».

Quindi è un male con cui convivere?

«È comunque un male che va superato, perché non esiste un volto umano di un sistema che si basa sullo sfruttamento di tanti per il profitto di pochi. Ma lo sviluppo economico è necessario per dare una garanzia di benessere».

Allora anche lei crede che la ricchezza vada creata per poter essere poi ridistribuita?

«Sì, ma non nell’ottica di uno sfruttamento. Tuttavia non c’è socialismo possibile senza uno sviluppo delle forze produttive».

E la proprietà privata cosa rappresenta?

«Essa diventa un problema se riguarda i mezzi di produzione, perché crea discriminazioni di classe nella società. Diverso il discorso sulla proprietà personale, che deve rimanere».  

La tecnologia promette una società di non-lavoratori. Inferno o paradiso?

«Noi vorremmo una società libera dal lavoro salariato. Il lavoro resta qualcosa di necessario perché dà il senso alla vita delle persone e crea una comunità. Quando sento parlare di automazione sto sempre molto cauto: dipende da come la tecnologia viene usata e da chi».  

La religione è anche per lei oppio dei popoli?

«Marx non ha detto esattamente questo. Per lui la religione era il sospiro della creatura oppressa. Mi sembra una frase bellissima. Credo che l’ateismo portato all’estremo non abbia senso oggi. Certo va difesa la laicità e il pensiero scientifico, ma bisogna rispettare anche il sentimento degli oppressi».

Qual è nella politica ticinese il più comunista dei non comunisti?

«Non so se gli piacerà», ride «ma io il nome lo faccio… Jacques Ducry. Lui si ritiene un giacobino… quindi un precursore del socialismo scientifico».

C’è stato chi ha ironizzato sui legami del vostro Pc con i compagni della Corea del Nord. Dunque su Kim avevate visto giusto voi?

«Credo di sì. Non abbiamo mai detto di appoggiare acriticamente quel modello di socialismo, ma di sostenere l’indipendenza nazionale della Corea del Nord per il fatto che quel Paese non stava minacciando realmente nessuno… Con il dialogo si potevano fare passi avanti ed è quel che è successo. Peccato che la Svizzera sia rimasta a guardare».

Ultima domanda: ricorda quando ha deciso di diventare comunista?

«Sì, ero in quarta media e il mio docente di storia parlava della questione sociale nell’Ottocento e io mi sono innamorato del pensiero dei primi socialisti utopisti e poi di Marx...».

E come l’hanno presa in famiglia?

«Vengo da una famiglia liberale-radicale, però spostata a sinistra. Non si sono scandalizzati».

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