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LUGANO
16.04.18 - 12:540
Aggiornamento 14:53

«Io quei soldi li volevo restituire al tassista»

Si è trattato di rapina o di furto? La parola agli imputati, che oltre alla condanna rischiano l’espulsione

LUGANO - Il tassista derubato lo scorso 7 ottobre in viale Stefano Franscini a Lugano sostiene di essere stato colpito con violenza. Mentre gli autori del colpo, oggi davanti a una Corte delle Correzionali, affermano di essersi impossessati del portamonete senza esercitare violenza. Anzi, il più giovane - cittadino portoghese di 24 anni - dice di aver agito per conto suo, senza aver preso accordi con il 33enne angolano che si trovava sul taxi con lui. Angolano che però era fuggito a sua volta: «Mi ero allontanato, perché temevo di prendermi la colpa. Ma mi sono allontanato camminando e avevo intenzione di restituire i soldi». Soltanto una parte del bottino era poi tornata al tassista. «Alcuni soldi li avevo spesi per sbaglio». Per il giudice Marco Villa si tratterà dunque di stabilire se quel giorno dello scorso autunno sia stata messa a segno una rapina o un furto. E dovrà anche chinarsi sul ruolo dei singoli imputati.

Senza permesso - I due imputati, difesi dagli avvocati Giovanni Augugliaro e Gaia Zgraggen, non rischiano soltanto una condanna per rapina, subordinatamente per furto, ma anche un’eventuale espulsione dal paese. In particolare il 33enne angolano, con precedenti, che pur trovandosi in Svizzera dal 1985 è ancora sprovvisto di un documento e attualmente è in attesa di una decisione del Cantone relativa a una revoca del permesso. «Non ho più nessun legame con l’Angola, anche i miei familiari si trovano qua» ribadisce in aula l’imputato.

La condanna portoghese - La situazione è diversa per il 24enne portoghese, nato e cresciuto in Svizzera e con una serie di precedenti da minorenne. Nei suoi confronti è emersa una condanna per tentata rapina e detenzione illecita di armi stabilita nel 2014 da una Corte portoghese. Si tratta di una pena detentiva di due anni, inizialmente sospesa, per un colpo non riuscito nel 2012: all’epoca lui e un altro erano entrati in un’abitazione, ma erano stati sorpresi dal proprietario che aveva cercato di prendere il fucile. I due erano armati con una pistola scarica e un coltello da cucina. «Mi ero fatto trasportare dall’altro ragazzo» spiega l’imputato.

«Insultato dagli agenti» - Il 33enne angolano deve anche rispondere di una serie di furti messi a segno tra giugno e dicembre 2017 nel Luganese. E di impedimento di atti dell’autorità, per aver cercato di sottrarsi agli agenti di polizia, come si evince dall’atto d’accusa del procuratore pubblico Moreno Capella. Un episodio, quest’ultimo, che l’imputato ritratta in aula, spiegando di non aver aver opposto resistenza ma di essere inizialmente fuggito «perché avevano usato degli insulti razzisti, definendomi per esempio “mangia banane”». Si conta inoltre un furto anche per il 24enne, che però nega il suo coinvolgimento. E per entrambi si parla inoltre di infrazione e contravvenzione alle legge federale sugli stupefacenti.

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