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Processo all'ex patron Bar Oceano, Ulisse Albertalli. Nella foto da sinistra l'arrivo dei Giudici Fabrizio Filippo Monaci e Renata Loss Campana.
LUGANO
09.02.18 - 10:340
Aggiornamento 14:08

«Consigliavamo alle ragazze di non saltare subito addosso ai clienti»

A processo Ulisse Albertalli. L’ex patron del Bar Oceano è accusato di usura aggravata e di promovimento della prostituzione. «Guadagnavo 10.000 franchi al mese»

LUGANO - Si è aperto questa mattina di fronte alla Corte delle assise Criminali di Lugano il processo nei confronti di Ulisse Albertalli. L’ex patron del Bar Oceano è accusato di usura aggravata e di promovimento della prostituzione, oltre che di reati di matrice fiscale.

Nel processo è coinvolta anche sua figlia, azionista e gerente del postribolo. Secondo l'accusa, i due avrebbero sfruttato lo stato di bisogno di ragazze straniere facendosi corrispondere affitti per le camere sproporzionati, nell'ordine di 160-180 franchi al giorno.

«Contesto il reato d’usura e per questo volevo il processo» - Albertalli ha ricostruito in aula gli esordi della sua attività. «Ho iniziato con il Gabbiano. Il Nano mi ha appoggiato, affittandomi il locale, anche perchè ero pratico di night. Sono partito con due ragazze e dopo due settimane erano cinquanta». Un locale che è stato spesso sotto i riflettori della cronaca tra blitz da parte della polizia e articoli di giornali. «Poi c’è stato il caso della ragazza uccisa» ha ricordato Albertalli. A quel punto decise di partire per la Spagna dove è rimasto per cinque anni. Il rientro in Ticino è avvenuto con l’apertura dell’Oceano, il postribolo all’interno del quale lavoravano anche i figli. «Pensa - ha dichiarato rivolgendosi al giudice - che avrei fatto gabole mettendo di mezzo i miei figli? Non sono un padre snaturato. Avrei potuto prendere una testa di legno».

 Il guadagno: 10.000 franchi al mese - All’Oceano Albertalli guadagnava diecimila franchi di fisso al mese e il 25 per cento sull’utile eccedente. L’incasso giornaliero? «Passavo ogni mattino a ritirarlo e lo consegnavo al proprietario dell’immobile». Il re dei bordelli ha spiegato che i prezzi delle camere, prima dell’intervento di polizia, erano di tre tipologie: «Alla fine chiedevamo 160, 170, 180 franchi. Con pagamento quotidiano delle ragazze».

In caso di pericolo bastava pigiare un pulsante - Albertalli ha pure illustrato l’intero apparato legato alla sicurezza del locale e delle ragazze. «Le chiamo camere ma il vero nome per me era locale commerciale. Avevo una licenza per postribolo e le ragazze oltre a dormirci ci lavoravano. Dopo l’esperienza fatta col Gabbiano ho deciso di aumentare la sicurezza. Avevamo diversi agenti di sicurezza 24 ore su 24. In caso di bisogno le ragazze pigiavano un pulsante e gli agenti arrivavano in camera in 2 minuti. Poi c’era il cambio lenzuola, anche due volte al giorno. Dopo lo shock del Gabbiano. Altro che insonnia. Sono stato io a trovare la ragazza morta, me la vedo ancora davanti. Perciò all’Oceano ho voluto premunirmi con la sicurezza».

«Gestivo l’Oceano come fosse un albergo» - Il processo ha affrontato anche l’aspetto legato al costo delle stanze dove alloggiavano le prostitute. «Per me l’Oceano era un albergo e io l’addetto alla ricezione, come avevo imparato a fare alla scuola alberghiera. Ogni ragazza pagava la sua tariffa intera o poco meno se prendevano in affitto camera doppia: Se avessi fatto pagare metà tariffa per le camere condivise, dopo mezz’ora tutte le ragazze avrebbero voluto la camera doppia».

Il giudice Amos Pagnamenta gli ha poi chiesto se prima di iniziare l’attività avesse cercato di agire nei margini di legge: «All’inizio col criminologo Michel Venturelli - ha ricordato Albertalli - ho creato la Casi, un’associazione per avere strutture ufficiali e tutelare le ragazze dagli abusi. Già al Gabbiano avevo ottenuto una licenza ufficiale. È ancora oggi ritengo di non avere mai fatto il magnaccia. Ma il gestore di postriboli senza mai chiedere extra alle ragazze».

Le ragazze erano tutte in regola - La linea adottata da Ulisse Albertalli è stata quella di screditare le accuse di usura e sottilineare il suo agire corretto sia per quanto riguarda i prezzi sia nei rapporti con la legge. «Credo che con i nostri prezzi fossimo sotto la media degli altri locali, perché allora c’erano tariffe da 200 franchi a camera. Mi facevo inoltre consigliare da avvocati e fiduciari. In più ero in contatto coi poliziotti, coi quali mi trovavo settimanalmente per un caffè, e loro mi dicevano che stavo agendo bene. Sono andato anche dal fisco per proporre soluzioni per trattenere le imposte delle ragazze. Dopo tutti i controlli e blitz che hanno fatto senza riscontrare problemi, ora mi accusano pure di essere un magnaccia usuraio».

Albertalli ha evidenziato inoltre che anche nella gestione delle ragazze ha sempre agito in maniera corrette. Le ragazze, ha spiegato, avevano tutte il permesso per poter esercitare la professione, e nessuna di loro proveniva dai Paesi extra Schengen. «Tutti i controlli di polizia, finiti senza rimproveri a mio carico, sono lì a testimoniarlo» ha aggiunto Albertalli prima della pausa del processo.

Dopo una pausa di 15 minuti, riprende il processo. Sul banco degli imputati sale la figlia di Albertalli.

La figlia ha ricordato di aver iniziato nel 2007 come gerente e amministratrice del bar Oceano: «Guadagnava uno stipendio di 7000 franchi lordi al mese. Non so a chi appartenevano i pacchetti azionari delle due società e non partecipavo alla divisione degli utili. Io mi occupavo principalmente della gestione del bar e non delle camere. A volte accompagnavo le ragazze in Teseu per i permessi o all’ufficio stranieri. Ero a conoscenza dei prezzi delle camere ma non me ne occupavo. Il pagamento avveniva alla ricezione. Certo, ero a conoscenza che si prostituivano». 

Il giudice Amos Pagnamenta  ha chiesto alla donna se era a conoscenza dei costi per la sicurezza all’Oceano: «Non ho idea» ha risposto la figlia di Albertalli. «Ero a disposizione delle ragazze per i contatti con la Teseu e gli aspetti burocratici». Con lei qualche ragazza si è lamentata dei prezzi?, ha incalzato il giudice. «Assolutamente no, per loro era fondamentale la sicurezza che era presente in tutto lo stabile. Era il nostro punto forte e tante ragazze sono tornate perché stavano bene. Il 90 per cento delle ragazze erano rumene, tutte registrare e tutte Area Schengen».

Il giudice ha pure affrontato il secondo capo d’accusa, quello legato al promovimento della prostituzione 

Come arrivavano le ragazze all’Oceano? «Arrivavano tramite il passaparola, anche su Internet» ha spiegato Ulisse Albertalli. Noi consigliavamo loro di non “saltare” addosso al cliente ma di lasciarlo andare al bar. Sapevano che il locale apriva alle 14 ma nessuno andava a chiamarle in camera. Scendevano quando volevano e turni non ce n’erano. A volte ne scendevano dieci, a volte trenta, a volte cinquanta. Non eravamo noi a dire alle ragazze cosa fare col cliente. Decidevano loro”.

Il Procuratore generale John Noseda ha ricordato una di chiarazione di Albertalli del 2012: «Non accettavamo che ragazze non registrate da noi avessero accesso al bar dell’Oceano». In aula l’imputato ha sostenuto invece che anche ragazze provenienti da fuori arrivavano nell’esercizio pubblico: «Magari era solo per vedere il locale per poi diventare nostre clienti». Una contraddizione tra le dichiarazioni che è stata evidenziata dall’accusa.

Mai saltare addosso al cliente - Le ragazze venivano “sorvegliate”? è stato chiesto in aula. «No, in nessun modo. Appena arrivavano facevamo loro il contratto. Ma non ho mai trattenuto i documenti delle ragazze. Potevano restare da un giorno a tre anni. Era un viavai che non si ha idea, non posso dire qual era il tempo di permanenza medio».

Nel dibattimento Albertalli ha pure spiegato che nel locale vigeva la regola di non assillare i clienti. Questo perchè ad un certo punti i clienti hanno iniziato a lamentarsi. «Per prova abbiamo tracciato una linea nera sul pavimento consigliando alle ragazze di lasciare tranquilli i clienti quando entravano. Ma era un esperimento. La linea è rimasta per soli 15 giorni. Assolutamente non contavamo i clienti delle ragazze. Le ragazze quando arrivavano versavano una cauzione di 200 franchi per garanzia danneggiamenti. Alla partenza veniva loro restituita».

Il giudice ha chiesto a questo punto alla figlia di Albertalli se le ragazze fossero sorvegliate. «Assolutamente no, anche perché sarebbe stato necessario molto personale», ha risposto la donna. Le domande si sono concentrate sui tempi di permanenza delle prostitute. «Il viavai, delle stesse ragazze che arrivavano e ripartivano e poi tornavano, era praticamente ingestibile con l’ufficio controllo abitanti. Così siamo arrivati all’accordo di segnalare la partenza solo dopo mesi che era avvenuta”.

A questo punto al difesa, rappresentata dall’avvocato Marco Garbani, ha chiesto alla donna di spiegare il contratto per le ragazze discusso con la polizia : «Alla Teseu abbiamo chiesto loro se il nostro contratto con le ragazze andava bene. Ci hanno detto di sì, chiedendo solo di inserire la clausola secondo cui la polizia poteva recarsi nel locale per dei controlli» ha spiegato la figlia di Albertalli.

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