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L'arresto di uno dei membri avvenuto a Pregassona.
ZURIGO
24.09.20 - 15:360

Tre Pink Panther in gabbia

Condanne tra cinque e sette anni e mezzo di prigione per tre presunti membri della banda balcanica di rapinatori.

Erano stati arrestati nel febbraio 2018 a Pregassona.

ZURIGO - Condanne fra cinque e sette anni e mezzo di prigione sono state inflitte oggi a Zurigo a tre presunti membri della banda balcanica di rapinatori denominata "Pink Panther", arrestati nel febbraio 2018 a Pregassona.

Nel febbraio di due anni fa gli imputati avevano preparato un piano dettagliato per rapinare una o più gioiellerie in Via Nassa a Lugano, come pure a Gstaad (BE). Erano però stati arrestati a Pregassona prima di poter passare all'azione.

I tre cittadini serbi, di età compresa tra i 39 e i 44 anni, sono stati giudicati in prima istanza del Tribunale distrettuale di Zurigo, che li ha riconosciuti colpevoli di tentata rapina e altri delitti. Le condanne sono rispettivamente di cinque, sei e sette anni e mezzo. Oltre alla pena detentiva, la corte ha anche deciso che due di loro saranno espulsi dalla Svizzera per un periodo di 10 e il terzo per 15 anni.

Le condanne sono di poco inferiori alle richieste della pubblica accusa. Le espulsioni saranno iscritte nel sistema d'informazione di Schengen: ciò significa che quando avranno scontato la loro pena definitiva i tre non potranno più entrare in nessun paese dello Spazio di Schengen.

Ieri, durante il dibattimento, gli avvocati della difesa si sono battuti per una pena con la condizionale per il 39enne e per il proscioglimento del 42enne e del 44enne, sostenendo che i tre non sono membri delle "Pink Panther", ma dei semplici turisti del crimine che non sono riusciti a portare a termine le rapine.

In aula i tre - con le manette ai polsi e alle caviglie - hanno negato tutte le accuse. Un quarto membro della banda, pure arrestato a Pregassona, sarà invece processato separatamente perché a differenza dei complici ha confessato la tentata rapina.

I quattro erano stati sorvegliati per mesi dalla polizia che era anche riuscita a piazzare un microfono nella loro auto, sentendo così i piani riguardanti il colpo nel centro di Lugano. L'atto d'accusa mostra quanto meticolosamente agivano i tre: hanno spiato per giorni i negozi presi di mira, hanno organizzato via internet un appartamento adeguato nei pressi del confine per nascondersi e si sono procurati, a Milano, armi e targhe false.

Per fuggire dopo la rapina a Lugano si erano procurati tre scooter in luoghi diversi, tra cui Zurigo, e avevano anche noleggiato un furgone nel canton Sciaffusa per portare i veicoli in Ticino.

Prima di passare all'azione avevano effettuato vari viaggi di prova con gli scooter, avevano percorso il centro di Lugano a piedi, controllando la via di fuga, e avevano visitato a più riprese diverse gioiellerie, in modo da capire quante persone vi lavorassero e quali dispositivi di sicurezza vi fossero.

Prima del colpo previsto a Lugano, due di loro hanno "ispezionato" una gioielleria a Gstaad, dov'era prevista un'altra rapina. I tre sono stati arrestati dalla polizia ticinese prima di mettere a segno il colpo in Via Nassa e sono in seguito stati trasferiti in diverse prigioni zurighesi.

Da anni le cosiddette Pink Panther hanno compiuto, in diverse formazioni, rapine spettacolari in gioiellerie di tutto il mondo. La banda criminale formata da ex militari dei Balcani avrebbe collegamenti fino agli alti livelli in ambienti della politica e della polizia. Caratteristica è la preparazione meticolosa dei colpi e la loro rapida attuazione in piccoli gruppi, in cui ognuno ha un ruolo preciso.

Perché "Pink Panther"? - Il nome fu affibbiato alla banda dagli inquirenti inglesi in seguito a un colpo messo a segno nel 2003 a Londra: in quell'occasione i poliziotti di Sua Maestà trovarono una pietra preziosa nascosta in una confezione di crema per il viso, proprio come nel film "La pantera rosa" del 1963. Il nome sembra piacere agli stessi rapinatori, che in alcuni casi hanno indossato delle camicie di color rosa durante le rapine.

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