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SVIZZERA
09.06.21 - 06:000
Aggiornamento : 09:54

Quando si teme il ritorno alla normalità

Paura e insicurezza: è quello che prova chi soffre dalla sindrome della caverna

A tu per tu con lo psicoterapeuta. E due testimonianze: «Non ho più bisogno di contatti sociali»

Fonte 20 Minuten / Michelle Muff
elaborata da Patrick Stopper
Giornalista

ZURIGO - La chiusura anticipata per bar e ristoranti è stata revocata. Gli incontri privati e pubblici ora possono essere più ”affollati”. Insomma, con il netto miglioramento della situazione epidemiologica, anche in Svizzera stiamo gradualmente tornando alla normalità. Ma questo ritorno non è per tutti facile: ci sono persone, infatti, che ora temono i contatti sociali. Si tratta della cosiddetta sindrome della caverna. Ne abbiamo parlato con lo psicoterapeuta François Gremaud.

Dottor Gremaud, cos'è la sindrome della caverna?
«Di solito si presenta dopo un lungo periodo, in genere di diverse settimane, in cui ci sono stati a malapena dei contatti con altre persone. Non si tratta di una diagnosi psichiatrica, bensì di un insieme di stati d'ansia che si manifestano nel momento in cui si è confrontati con un ritorno a una situazione familiare. Prima della crisi del coronavirus, la sindrome si constatava per esempio in soggetti che tornavano da un lungo periodo di vela in solitaria oppure al rientro da un'estate passata da solo su un'alpe. La pandemia ha poi costretto molte persone a vivere isolate. Ed è così che la sindrome della caverna è diventata d'attualità».

Come si capisce che si soffre di questa sindrome?
«Nella maggior parte dei casi la paura si manifesta sotto forma di fobia sociale e con un profondo senso d'insicurezza personale. Le persone colpite si sentono a disagio, provano emozioni negative e spesso presentano anche dei sintomi fisici, come per esempio sudorazione e tremori. Cresce la tentazione di evitare situazioni quotidiane, quali andare al lavoro, usare i mezzi pubblici o incontrare gli amici. Se queste situazioni vengono evitate, il senso di paura scompare temporaneamente, ma in seguito diventa più forte. E ha così inizio un circolo vizioso: paura, evitamento, diminuzione della paura e poi ulteriore paura sociale. Ci si sente incapaci di tornare alla quotidianità, soffrendone».

Ci sono capacità sociali che con il coronavirus abbiamo dimenticato?
«Dobbiamo riabituarci alla vicinanza delle persone con cui non viviamo, per esempio sui mezzi pubblici o nei centri commerciali. Bisogna anche nuovamente creare momenti positivi con gli altri, per esempio invitando gli amici, andando a mangiare fuori, praticando sport o facendo musica in compagnia. Si tratta di ritrovare la fiducia, sentirsi al sicuro e infine ritrovare il piacere della vita sociale».

Cosa si può fare se il ritorno alla normalità ci fa paura?
«Bisogna fare il possibile per vivere come in passato, in modo da superare l'insicurezza sociale e le paure. Con il tempo la normalità, fatta di pendolarismo, incontri con colleghi di lavoro e amici, uscite serali e sport, diventerà di nuovo un'esperienza positiva. Aumenterà la fiducia in se stessi, facendo scomparire la paura. Se però la sindrome della caverna non passa, si dovrebbe ricorrere a un aiuto psicoterapeutico per rafforzare la fiducia in se stessi».

«Non ho più bisogno di contatti»

I.K.* (37 anni), maestro di sci: «Il distanziamento sociale mi ha portato all'autoisolamento: ignoravo le telefonate, non rispondevo più nemmeno ai miei familiari. Ora il ritorno alla normalità mi fa paura. In sé sono una persona estroversa, un tempo andavo spesso alle feste. Ora non sento più la necessità di avere contatti con altre persone. La mia paura più grande è che tra qualche settimana possa di nuovo chiudere tutto».

«La mascherina è come uno scudo protettivo»

M.G.* (18 anni), in formazione: «Il solo pensiero che presto si tornerà alla normalità è per me strano e spaventoso. Già prima del coronavirus, ero una persona introversa. Negli ultimi mesi ho vissuto una vita ancora più ritirata. Il solo pensiero di tornare presto a delle feste e dover parlare con persone sconosciute mi rende insicura. E mi dà una sensazione strana anche il fatto che presto non bisognerà più indossare la mascherina: è come uno scudo protettivo».

*Nomi noti alla redazione

Dodici cose da re-imparare

  • Dopo un anno e mezzo di pandemia, dobbiamo uscire dal nostro guscio. Il Tages Anzeiger ha stilato un elenco di dodici cose che dobbiamo re-imparare.
  • Svegliarsi al mattino e vestirsi in maniera appropriata: come ci vestiamo per andare in ufficio e subito dopo al bar? Posso ancora vestirmi così?
  • Salutarsi: con il gomito, oppure coi vaccinati posso spingermi all’abbraccio? Ma come faccio a capire se gli altri sono vaccinati?
  • Condurre una conversazione, senza parlare di coronavirus: ci sono argomenti interessanti oltre a contagi e tasso di vaccinazione?
  • Ricordarsi i nomi dei conoscenti: come si chiama quella persona che mi sta salutando?
  • Small talk: di cosa possiamo parlare, se non facciamo nessuna esperienza?
  • Fare pettegolezzo: di chi potremmo sparlare, se non vediamo nessuno?
  • Riconoscere le peculiarità sociali: perché mi stanno fissando tutti? Non posso fare queste battute?
  • Scegliere il ristorante perfetto: quale locale si adatta meglio a un gruppo?
  • Essere sul pezzo: quale film devo avere visto? Perché tutti sono al corrente di quel vernissage?
  • Riconoscere le occasioni da non perdere: devo veramente accettare questo invito? Non starei meglio restando a casa?
  • Gustarsi la città affollata: Zurigo era forse più bella quando era deserta?
  • Sentirsi bene tra tante persone: la vaccinazione è efficace? Quali altre malattie infettive esistono oltre al Covid?
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