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SVIZZERA
08.03.21 - 23:580

Dopo il burqa, il velo nelle scuole?

Gli oppositori alla dissimulazione del volto ora si concentrano sull'ambito formativo. Ma c'è chi è contrario

Il PPD vuole vietare l'hijab alle studentesse minorenni. Ma le organizzazioni islamiche avvertono: «Così si fa un favore ai fondamentalisti». E intanto a giugno si vota sulle misure di polizia anti-terrorismo

BERNA - Dopo il "no" ai minareti, ieri la Svizzera ha detto "no" anche al burqa e al niqab. Sulla scia del Ticino, l'iniziativa lanciata da Giorgio Ghiringhelli ha sfondato la soglia del Gottardo, e ora i sostenitori guardano con fiducia al prossimo appuntamento: la votazione sulle misure anti-terrorismo, prevista per questa estate. 

Il dibattito sull'islamismo è solo all'inizio, dunque, secondo alcuni osservatori. Per l'esperta di Islam Saïda Keller-Messahli ora si impongono ulteriori azioni politiche nelle moschee: «Ad esempio, le bambine imparano nelle moschee che non devono giocare con i ragazzi, e che dovrebbero coprirsi i capelli». La scrittrice svizzero-tunisina, fondatrice del Forum for a Progressive Islam, propone inoltre una selezione degli imam «per escludere i più radicali dalla predicazione» e una legge sulla trasparenza nel finanziamento delle moschee. 

Anche il divieto per le minorenni di indossare il velo a scuola è sul tavolo. Ma in questo caso, per gli iniziativisti la strada sembra essere più in salita. Tamedia e 20 Minuten hanno condotto un sondaggio al riguardo, da cui sono emersi risultati contrastanti. Più della metà (53%) degli intervistati sostiene il divieto di finanziamenti stranieri per le moschee. Il 32% è a favore del divieto del velo per le minorenni, il 25% auspica l'obbligo di predicare in una lingua nazionale. Solo il 17 per cento degli intervistati sono a favore di un divieto generale del velo, mentre il 33% è contrario a tutte queste misure. 

La consigliera nazionale PPD Marianne Binder-Keller condivide la necessità di un ulteriore impegno. «Soprattutto adesso. Dobbiamo affrontare l'ideologia totalitaria e le strutture patriarcali su cui si basa il velo». Di professione insegnante, Binder ricorda di avere avuto problemi con una famiglia islamica di atteggiamento radicale. «Era stata esclusa dalle lezioni di nuoto, e per noi insegnanti non era possibile parlare né con lei né con la madre, ma solo con il fratello di nove anni, che traduceva le richieste al padre. Non lo dimenticherò mai».

A dicembre, Binder ha presentato un postulato per vietare il velo da scuole e asili, che il Consiglio federale respinge. «Non mi interessa la religione, ma l'uguaglianza e il diritto di un bambino all'istruzione e al libero sviluppo», afferma Binder.

Farhad Afshar, presidente dell'organizzazione ombrello per il coordinamento delle organizzazioni islamiche Svizzera KIOS, mette in guardia contro l'adozione di ulteriori "leggi speciali": «Gli estranei non dovrebbero decidere cosa appartiene a una religione e cosa no». Afshar non nega che in alcuni contesti familiari possano prevalere le strutture patriarcali: «Con 450.000 musulmani nel paese, è ovvio che un piccolo gruppo di persone di idee iper-tradizionaliste possa avere trasferito in Svizzera la propria cultura». Ma non è questo gruppo che causa problemi. «Politicamente si è sviluppata una corrente radicale dell'islamismo, finanziata con molti soldi da alcuni paesi. Per combatterla, tuttavia, dovremmo prendere strade completamente diverse» afferma Afshar.

Ad esempio finanziando una migliore formazione per le donne, e sostenendo la parità di retribuzione e le pari opportunità sul lavoro. « Accettando l'iniziativa - spiega Afshar - non abbiamo combattuto le correnti islamiche radicali, le abbiamo alimentate». Con l'iniziativa contro i minareti sarebbe accaduto lo stesso: «Queste votazioni danno modo alle correnti fondamentaliste di radicalizzare i musulmani moderati. Dicono: guardate, ci rifiutano come minoranza, dobbiamo difenderci». 

Il 13 giugno la Svizzera voterà la legge federale sulle misure di polizia anti-terrorismo (PMT). Il Consiglio federale vuole fornire alla polizia ulteriori strumenti nella lotta al terrorismo jihadista. Se una persona è classificata come "persona pericolosa", l'Ufficio federale di polizia (Fedpol) dovrebbe essere in grado di imporre l'obbligo di segnalazione, il divieto di contatto, gli arresti domiciliari o il divieto di lasciare la nazione. Contro la legge è stato indetto un referendum. 

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