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SVIZZERA
02.06.20 - 12:320
Aggiornamento : 13:10

Molestie e mobbing non se ne vanno con il telelavoro

A dirlo è una professoressa dell'Università di Ginevra. Molestare a distanza sarebbe addirittura più facile.

GINEVRA - In ufficio molestie e mobbing continuano a esistere anche se si passa in modalità telelavoro: ne è convinta Karine Lempen, professoressa di diritto del lavoro all'Università di Ginevra, che vede anzi un aumento dei rischi, considerata la situazione di insicurezza dell'impiego legata alla crisi del coronavirus.

«È vero che a prima vista si potrebbe dire che le misure di distanziamento sociale che sono state adottate potrebbero aver attenuato la violenza sul lavoro o, in ogni caso, aver reso per esempio più difficili episodi quali i toccamenti in ufficio», afferma Lempen in un'intervista diffusa stamani dalla radio romanda RTS. «Ma a ben guardare ci si rende conto che è molto facile molestare una persona a distanza».

La giurista ricorda che vi sono fra l'altro già stati casi decisi dal Tribunale federale: la molestia è stata ammessa nella vicenda di un superiore gerarchico che ha continuato a importunare una sua subordinata, che era attiva da casa, attraverso sms.

«Bisogna vedere se il ricorso accresciuto al telelavoro in un periodo di crisi non abbia come effetto l'aumento dello stress sul lavoro e, quindi, anche dei comportamenti violenti», osserva la professoressa 44enne. «È a volte più facile ricorrere a parole umilianti o denigranti protetti dallo schermo di un computer».

«Quello che è certo è che la crisi economica in cui ci troviamo e che si profila ulteriormente all'orizzonte rafforza il legame di dipendenza economica di tutta una serie di salariati, che hanno più difficoltà di dire stop di fronte a certi comportamenti violenti e far valere i loro diritti, sapendo che effettivamente la protezione contro il licenziamento è relativamente debole nel diritto svizzero e che quindi sussiste un rischio elevato di perdere l'impiego», si dice convinta l'esperta con studi a Losanna e Ginevra.

Quali "violenze", secondo la definizione di una convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro, vanno peraltro intesi vari comportamenti, che comprendono per esempio anche gesti e parole, non per forza voluti, nonché tutte le molestie che si fondano sul genere, sull'orientamento sessuale o sul colore della pelle. La normativa - ricorda Lempen - protegge tutti i lavoratori e le lavoratrici, indipendentemente dallo statuto giuridico: quindi anche stagisti, indipendenti e persone che lavorano nell'economia non formale, come per esempio il personale domestico, spesso particolarmente vulnerabile.

La convenzione si applica a tutto quanto ha a che fare con il lavoro: quindi anche a ciò che succede attraverso internet, se è legato all'impiego. Sussiste comunque naturalmente anche il problema delle prove, sottolinea la specialista: più facili da portare se una persona viene molestata da un superiore, invece che da un collega.

Secondo Lempen è inoltre importante che il telelavoro sia effettuato all'interno di un quadro chiaro. «Pretendere una disponibilità permanente del dipendente potrebbe effettivamente costituire un'altra forma di violenza». Il cosiddetto smart working deve essere oggetto di regole all'interno dell'azienda e magari tra partner sociali, nel quadro dei contratti collettivi. «Si tratta di far sì che il maggiore ricorso a questa modalità non metta in pericolo la salute del lavoratore».

«Assolutamente da evitare è far sì che il telelavoro, lungi dal sostituire quello in ufficio, si aggiunga ad esso in modo in qualche modo clandestino, con ore supplementari non remunerate», mette in guardia l'esperta che è stata anche, in passato, collaboratrice scientifica dell'Ufficio federale per l'uguaglianza fra donna e uomo.

Stando a Lempen non bisogna nemmeno pensare al telelavoro come a una panacea per risolvere i problemi di conciliazione fra impiego e famiglia: «L'esperienza fatta in queste settimane con i figli a casa dimostra che non è il caso di idealizzare questa soluzione come rimedio miracolo». Per quanto riguarda l'ottica di genere, in generale uomini e donne sono entrambi esposti alle violenze sul lavoro: in alcune forme come la molestia sessuale le vittime sono però più di frequente di sesso femminile, conclude la professoressa.

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