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SVIZZERA
21.05.20 - 23:320

Cede il posto sull'aereo, ora rischia il posto di lavoro

Malgrado i voli organizzati dal DFAE, alcuni svizzeri non sono potuti rientrare.

Fra di loro un vodese, che rischia di pagare caro un atto nobile

LOSANNA - Sono più di due mesi che Daniel, un trentenne vodese, è bloccato a Tamraght, un piccolo villaggio a pochi chilometri da Agadir, in Marocco. Daniel era volato da solo nel Maghreb all'inizio di marzo per godersi una vacanza di una decina di giorni. Ma il 12 marzo, l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) dichiara che il Covid-19 era ormai considerato una pandemia. 

Il 18 marzo, tre giorni prima del suo ritorno, Daniel si è quindi annunciato alle autorità svizzere, installando l'applicazione Travel Admin sul suo smartphone, in modo da trovare una soluzione e far rientro nel nostro Paese. All'inizio gli è stato detto che gli anziani, le persone a rischio o quelle che non potevano più restare lì avevano la priorità: «In quel momento, non mi sono preoccupato più di tanto. Non sono una persona a rischio e avevo ancora abbastanza soldi per rimanere in Marocco. Così ho rinunciato volentieri al mio posto», afferma Daniel.

Salvo che nel frattempo, il suo volo di ritorno è stato cancellato. E non ha più avuto la possibilità di prenotare un posto su uno dei voli di rimpatrio organizzati dal Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). «Mi hanno promesso che ci sarebbe stato un volo l'11 maggio ma poi non ho più ricevuto alcuna informazione». 

Niente rimpatri da fine aprile - Secondo il DFAE, i voli di rimpatrio si basavano sul principio del "primo arrivato, primo servito", dando però sempre priorità alle emergenze mediche, alle persone particolarmente minacciate dal Covid-19 e alle famiglie con bambini. Dal momento del decreto della pandemia, la Svizzera ha organizzato due voli dal Marocco, uno il 24 marzo e l'altro l'11 aprile. 

Un centinaio di svizzeri ancora bloccati - Il DFAE specifica che nessuno dei due voli era pieno e che le operazioni di rimpatrio si sono concluse il 29 aprile. «L'ambasciata svizzera a Rabat ha cercato di sostenere i viaggiatori svizzeri in Marocco e di informarli sulle diverse possibilità di lasciare il Paese», spiega George Farago, portavoce del DFAE. Prima di aggiungere che, poiché non sempre è possibile viaggiare all'interno di un paese, il viaggio verso un aeroporto a volte può essere parecchio difficoltoso. Il DFAE indica che ci sono ancora un centinaio di svizzeri bloccati all'estero.

Convocato per tornare al lavoro - Ma queste complicazioni non sembrano aver convinto Décathlon, il datore di lavoro di Daniel. Il suo capo ha chiesto che riprendesse a lavorare lunedì 11 maggio. Il giovane è stato quindi avvisato di presentarsi al lavoro almeno entro lunedì 18 maggio, «in caso contrario [...], considereremo che abbiate abbandonato la vostra posizione [...]». Questo martedì, ha ricevuto un nuovo ultimatum fissato per mercoledì 27 maggio.

Una lettera dall'ambasciata - Contattato da 20 minutes, il negozio con sede a Villeneuve (VD) non ha voluto prendere posizione. Determinato a saperne di più e a spiegarsi, nemmeno Daniel è riuscito a parlare con il suo datore di lavoro. Nella lettera ricevuta, il suo capo ritiene che fosse in grado di tornare in Svizzera, considerato ciò che aveva letto sulla stampa. Daniel ora conta su una lettera che l'ambasciata svizzera a Rabat ha appena inviato a Décathlon, attestando l'impossibilità di lasciare il Paese.

Licenziamento discutibile - Olivier Dunant, avvocato specializzato in diritto del lavoro, cita l'articolo 119 del Codice delle obbligazioni e spiega che se un dipendente non è in grado di fornire i suoi servizi, senza colpa da parte sua, il datore di lavoro non è tenuto a versargli lo stipendio. «Ma a quel punto, non ha alcun interesse a licenziare il suo dipendente». L'avvocato specifica che un licenziamento con effetto immediato può essere fatto solo se esiste una ragione giusta che interrompe qualsiasi rapporto di fiducia. «Se il dipendente non è stato informato degli ultimi voli che avrebbe potuto prendere, ciò non giustifica una violazione del contratto senza preavviso. Tuttavia, il dipendente deve essere in grado di provare che ha cercato di tornare, senza successo».

Caso simile in Repubblica Domenicana - Daniel non è il solo a essere bloccato all'estero. Patrick è partito per la Repubblica Dominicana all'inizio di marzo ed è ancora bloccato nei Caraibi. Il sessantenne dice che la situazione ha iniziato a peggiorare a metà marzo. La sera del 22 marzo, ha ricevuto una proposta per un volo di rimpatrio per il giorno successivo. Il decollo era previsto per le 18.45 all'aeroporto di Punta Cana, situato a più di 300 km dal suo resort, un viaggio di cinque ore. 

Il tempo di trovare qualcuno che lo accompagnasse e il volo gli è passato sotto il naso. Ma Patrick ha continuato a sperare: il suo volo di ritorno, previsto per il 17 aprile, non era ancora stato cancellato: «Chi prende un volo di rimpatrio se il suo volo di ritorno non è stato ancora cancellato?» si chiede.

Da allora, ha prenotato quasi sei voli di ritorno senza l'aiuto del consolato svizzero o del DFAE. Tutti sono stati cancellati. «Ho anche comprato un viaggio in traghetto per Porto Rico, venduto da un'agenzia disonesta. Ho infatti appreso in seguito che i traghetti erano bloccati almeno fino a settembre». 

Fortunatamente per Patrick, il suo datore di lavoro è indulgente. «È lui che mi manda proposte per i voli di ritorno». Tuttavia, dovrà fare gli straordinari per compensare i giorni in cui non ha lavorato. 

Il vero problema rimane il suo diritto al soggiorno. Patrick deve lasciare il Paese entro il 6 giugno e l'unico volo che è riuscito a trovare non partirà fino al giorno successivo. «Di base dovevo partire il 14 giugno. Ma dopo aver fatto qualche ricerca, ho scoperto che un volo in partenza una settimana prima era di nuovo disponibile. Ancora una volta, questa informazione non mi è stata data tramite il consolato».

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