Keystone
SVIZZERA
26.04.20 - 11:210
Aggiornamento : 14:08

Quei grossisti svizzeri che facevano i milioni esportando mascherine mentre da noi non ce n'erano

In Cina, Germania, Italia e pure... Guinea Equatoriale vendendole davvero a peso d'oro.

Si parla di 25 tonnellate di materiale, gli ospedali: «Qui facevamo i salti mortali per la sicurezza del personale»

BERNA - C'è stato un momento a marzo, durante l'inizio l'emergenza coronavirus in cui anche la Svizzera si è trovata in difficoltà per quanto riguarda le mascherine.

Ospedali e case di cura non ne avevano abbastanza e anche le autorità avevano diramato un appello ai privati affinché donassero i loro surplus.

In quel momento, mentre chi lavorava in corsia doveva arrangiarsi alla bell'e meglio, alcuni grossisti svizzeri esportavano circa 25 tonnellate di mascherine all'estero. Lo confermano i dati dell'Amministrazione federale delle dogane (Afd) ripresi oggi da un articolo della SonntagsZeitung.

E non pensiate sia una cosa normale. Già perché, solitamente, si parla di quantitativi irrisori (13 kg nel 2019) che sono poi esplosi durante la pandemia. La gran parte di queste montagne di mascherine è andata in Cina, 6 tonnellate a Hong Kong e quasi 2 tonnellate in Germania. Questo malgrado la carenza nelle strutture elvetiche.

«Gli affari sono affari», commenta critico al domenicale il vicepresidente di Pharmasuisse Enea Martinelli, «alcuni commercianti ne avevano acquisiti corposi stock, spesso anche prima della pandemia. E poi li hanno rivenduti al miglior offerente». 

Nel mentre gli ospedali facevano salti mortali per recuperarne: «Noi le abbiamo dovute comprare in Turchia e Tunisia», spiega il farmacista capo degli ospedali di Frutigen (BE), Meiringen (BE) e Interlaken (BE), «è stato uno stress incredibile, ma era in gioco la salute del personale».

Per chi ha esportato si parla di affari d'oro: i dati delle Dogane sono coperti da segreto ma, i numeri sono chiari, si tratta di profitti impressionanti. Se a gennaio il prezzo alla vendita era di 20 franchi al chilo a metà marzo 2020 la media era di 205 franchi al chilo, moltiplicato per 25 tonnellate è facile capire di quale entità possano essere stati i totali.

Se le vendite verso la Cina non hanno spiccato (61 fr. al kg) decisamente diverso è il discorso per l'Austria (455 fr. al kg) e dell'Italia in piena crisi (316 fr. al kg). Record, difficile che possiate indovinarlo, per la Guinea Equatoriale (528 franchi al kg).

Legale? Probabilmente. Etico, non molto, come conferma anche Michel Romanens dell'Associazione svizzera di etica e medicina: «È scioccante che qualcuno si metta a vendere materiale così prezioso durante un'emergenza. Visti i prezzi, poi, lo stato dovrebbe intervenire».

La Segreteria di stato dell'economia (Seco) è consapevole del fenomeno e sta raccogliendo i dati a riguardo: «Ci sono stati dei casi particolarmente preoccupanti», spiega  il portavoce Fabian Maienfisch, «in caso vi siano gli estremi per parlare di usura ci riserviamo la facoltà di intervenire per vie legali». 

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