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Il cordoglio per le due vittime barbaramente uccise la notte fra il 17 e il 18 dicembre 2018.
SVIZZERA / MAROCCO
16.05.19 - 18:540

Turiste uccise in Marocco, nuovo rinvio per il processo

L'udienza è stata posticipata al 30 maggio. Al banco anche un Ispano-svizzero. L'avvocato dei genitori di una delle due vittime chiama in causa anche lo Stato: «Doveva garantire la loro sicurezza»

RABAT - Il processo per l'assassinio di due giovani studentesse scandinave in Marocco è stato nuovamente rinviato al termine di una breve udienza. Secondo l'agenzia di stampa Afp, un nuovo termine è stato fissato per il 30 maggio.

In totale sono 24 le persone che si dovranno ripresentare alla sbarra, tra cui un 25enne ginevrino, binazionale ispano-svizzero. Provenienti da quartieri poveri e ambienti modesti, con un livello d'istruzione molto basso, gli imputati sono difesi da un collegio di avvocati d'ufficio. Sono accusati di "apologia del terrorismo", "costituzione di una banda per attentare all'ordine pubblico" e "aiuto premeditato ad autori di atti terroristici". Ci vorranno mesi per arrivare alla sentenza.

Khalid Elfataoui, l'avvocato dei genitori di una delle due vittime, ha intentato una causa civile e chiamato in causa la «responsabilità di Stato». Perché, sottolinea, è lo Stato «che deve garantire sicurezza ai propri cittadini e ai turisti che si trovano sul territorio».

Il processo, che si è aperto lo scorso 2 maggio, era stato subito rinviato a oggi per permettere agli avvocati di conoscere meglio l'intero dossier. Una richiesta presentata anche da una dei legali del 25enne ginevrino coinvolto.

Uno dei suoi avvocati, Saad Sahli, ha chiesto oggi al tribunale di «ricorrere a un traduttore», in modo che il 25enne possa «seguire il processo». L'ispano-svizzero è infatti l'unico non marocchino dei 24 sotto accusa.

«Impregnato di ideologia estremista», il 25enne ginevrino è sospettato di aver insegnato ai principali sospetti a utilizzare una messaggeria criptata, di "averli addestrati a sparare" e di aver partecipato al loro reclutamento, sostengono gli inquirenti. Saskia Ditisheim, avvocato elvetico inviato dalla famiglia in Marocco, sostiene che il binazionale si trovava in Svizzera al momento dell'assassinio.

L'uomo, convertitosi all'Islam nel 2011 nella Grande Moschea di Ginevra, dove viveva, e residente a Marrakech dal 2015, era stato arrestato lo scorso 29 dicembre nella città marocchina per i suoi legami con i presunti autori dell'assassinio delle due turiste.

Sollecitato anche l'MPC - «C'è stata un'inchiesta del Ministero pubblico della Confederazione (MPC) e nei suoi confronti non è stato trovato nulla», aveva sostenuto due settimane fa uno dei legali dell'imputato. Lo scorso febbraio l'uomo era stato interrogato da un giudice istruttore antiterrorismo, proclamandosi innocente.

L'MPC aveva poi precisato che non vi era alcun procedimento penale nei confronti di due cittadini svizzeri coinvolti nell'indagine per l'assassinio delle due studentesse. La competenza spetta infatti in primo luogo allo Stato in cui è stato commesso il reato.

Un procedimento è stato però avviato nei confronti di una persona sospettata di presunte violazioni alla Legge federale che vieta i gruppi "Al-Qaïda" e "Stato islamico" nonché le organizzazioni associate, così come di partecipazione o sostegno a un'organizzazione criminale. Per questo motivo, l'MPC ha confermato di aver effettuato una perquisizione nel canton Ginevra, senza tuttavia fornire ulteriori informazioni.

Rischio pena di morte - Le due studentesse, una 24enne danese e una 28enne norvegese, sono state uccise e decapitate in una località isolata dell'Alto Atlante, in una zona apprezzata dagli escursionisti, nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 2018.

Gli imputati coinvolti direttamente nell'assassinio rischiano la pena di morte. Lo scorso 12 aprile, il tribunale di Rabat aveva condannato a dieci anni di carcere l'altro svizzero - un 33enne ginevrino, che ha pure la nazionalità britannica - coinvolto nel crimine. L'uomo è stato riconosciuto colpevole di partecipazione ad associazione terrorista, apologia del terrorismo e mancata denuncia di crimini. L'avvocato difensore ha fatto appello contro la sentenza.

I principali sospettati sono quattro e apparterrebbero a una cellula terroristica che si ispirava all'ideologia del sedicente Stato islamico (Isis), ma che non avrebbe avuto contatti diretti con i quadri dell'organizzazione islamista in Siria o in Iraq. Fra di loro figura il presunto capo della cellula, un mercante ambulante di 25 anni.

Tre di loro sono accusati di aver materialmente commesso l'omicidio. Il quarto, invece, si sarebbe staccato dal gruppo poco prima che fosse compiuto il delitto

I quattro «hanno ammesso spontaneamente i loro crimini nel corso dell'inchiesta e oggi si pentono di ciò che hanno fatto», ha indicato all'Afp Hafida Mekessaoui, l'avvocato d'ufficio che li rappresenta. L'avvocato delle vittime vuole in ogni caso chiedere la pena di morte per gli assassini, «anche se i paesi d'origine delle vittime si oppongono per principio».

Un video, pubblicato sui social network dopo la scoperta dei due corpi, mostra la decapitazione di una delle turiste ed è stato girato da uno degli assassini con un telefono cellulare. Nel filmato, estremamente violento, uno degli assassini parla di «nemici di Allah» e di «vendetta» per i "fratelli" in Siria.

Un altro video pubblicato poco dopo mostra i tre presunti assassini e uno dei loro compagni che giurano fedeltà al leader dello Stato islamico, Abu Bakr al-Baghdadi. L'Isis non ha però rivendicato l'atto.

Secondo l'accusa il gruppo si sarebbe trasferito sulle pendici dell'Atlante fin dal 12 dicembre, deciso ad «assassinare turisti». Un'azione dimostrativa, per accreditarsi quali «terroristi».

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