Keystone/Irena Brežná
SVIZZERA
19.08.18 - 18:000
Aggiornamento 22.08.18 - 16:39

«In Svizzera ci aspettava un cartello con scritto "Benvenuti, eroi"»

A 50 anni dalla fine della Primavera di Praga, Irena Brežná racconta il suo arrivo da esule: «Con le gente di sinistra faticavo a parlare»

BASILEA / PRAGA - Cinquant’anni fa, la notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, i carri armati del Patto di Varsavia invadevano la Cecoslovacchia, mettendo fine alla Primavera di Praga. Con il tramonto di quell’esperienza riformista avviata nel gennaio dello stesso anno, decine di migliaia di cecoslovacchi prendevano la via dell’esilio. La Svizzera ne accoglieva 15mila.

Fra loro c’era anche Irena Brežná, scrittrice e giornalista che vive a Basilea e ha raccontato la propria esperienza di profuga (ma non solo) in alcuni libri come “Straniera ingrata” (2015, Keller Editore) e “Wie ich auf die Welt kam” (“Come sono venuta al mondo”), in uscita in tedesco proprio in occasione di questo anniversario. L’abbiamo intervistata.

Signora Brežná, come vive questo anniversario?

Il 1968 è l’anno più importante della mia vita, che da allora è cambiata per sempre a causa dell’occupazione. Emigrare, infatti, è come morire. Poi si rinasce, è vero, ma non pensavamo nemmeno che un giorno saremmo potuti tornare. Le dittature socialiste apparivano stabili ed eterne.

Che cosa è cambiato da allora?

Certamente la svolta del 1989 ha cambiato moltissimo: ho potuto fare ritorno per la prima volta. Per la mia personalità è stato importantissimo rimarginare quella ferita. Oggi mi rendo conto di quanto sia stato doloroso. Per quanto riguarda i destini dell’Europa dell’Est, invece, so che ora non è tutto perfetto, ma sono felice che la Repubblica Ceca, la Slovacchia, la Polonia e l’Ungheria facciano parte dell’Unione Europea. Questo ritorno all’Europa mi riempie di soddisfazione perché sono ancora legata a quell’aerea geografica in cui ho lavorato anche molto come reporter.

In Svizzera si parla spesso di un’accoglienza calorosa degli esuli cecoslovacchi nel 1968. È andata proprio così? Non ha mai vissuto episodi di xenofobia?

No, mai. La popolazione svizzera dimostrava davvero una grande partecipazione alla vicenda dei profughi cecoslovacchi. Quando siamo arrivati a Buchs, sopra l’ingresso del rifugio provvisorio a noi destinato c’era un cartello con scritto «Benvenuti, eroi». Anche se noi, di certo, non eravamo degli eroi. Secondo me il problema era politico.

In che senso “un problema politico”?

La Svizzera era divisa in Destra e Sinistra. Per la Destra noi rappresentavamo la conferma delle loro posizioni anticomuniste. Volevano che avessimo delle storie terribili da raccontare. La Sinistra invece - della quale mi sento pur di far parte - non ha voluto abbandonare l’utopia marxista. Quindi io da un lato provavo più affinità verso le persone di Sinistra, ma dall'altro non riuscivo parlare con loro del socialismo reale. Un altro problema, poi, era che la gente provava compassione per noi.

Le dava fastidio essere compatita?

La compassione non è mai una cosa buona. La gente diceva che avevamo vissuto esperienze terribili, ma la cosa terribile è che avevamo perso la nostra patria, che tornava ad essere una dittatura per i 21 anni successivi a quella meravigliosa Primavera di Praga. Inoltre, qui sentivamo una grossa pressione verso l'assimilazione.

Così si chiamava allora l'integrazione. Ma perché dovrei assimilarmi, mi chiedevo? Una persona perde la propria naturalezza quando viene istruita in modo paternalistico su quello che si usa fare o non si usa fare. Dal momento che non infrango le leggi e condivido i valori universali dell’umanesimo rimango un’adulta che non deve essere istruita. Penso che in Svizzera la situazione sia migliorata da allora, la società è diventata più multiculturale.   

Come guarda ai profughi di oggi?

Provo una grande empatia per i profughi. Qui a Basilea faccio anche l’interprete per quelli che provengono dalle aree di lingua russa. Molti dei miei connazionali in Slovacchia e nella Repubblica Ceca, però, di solito respingono questo sentimento. Pensano che loro, in quanto europei, avevano diritto di essere accettati come profughi.

Gli altri, coloro che vengono dal Terzo Mondo, invece sono un’altra cosa. Io non faccio questa distinzione. Lo trovo un atteggiamento davvero arrogante. Questo è un punto sul quale mi trovo spesso a discutere. Molti miei connazionali sostengono che, dopotutto, dalla Cecoslovacchia arrivavano tante persone con una buona formazione, ma io penso che non si debba ragionare in maniera così utilitaristica. Era anche la buona congiuntura economica di allora che portava la gente ad apprezzare l’arrivo di persone così formate.   

Tenta in qualche modo di cambiare l’atteggiamento dominante nell’Europa dell’Est verso i profughi e i migranti?

Per farlo alla gente racconto della Svizzera. Dico che qui il 24% della popolazione è composto da immigrati, che nell’Ospedale cantonale di Basilea sono rappresentate 90 nazionalità, che quando cammino per strada sento parlare molte lingue, che il mio parrucchiere è un italiano di seconda generazione e che questa diversità che amo tanto qui in Svizzera (e che non c’era quando siamo arrivati) non sta causando nessuna guerra civile. Nell’Europa dell’Est, però, regna una tale paura del diverso, del musulmano specialmente. Ciò benché la maggior parte delle persone non ne abbia mai conosciuto uno personalmente.

Da dove viene questa paura, secondo lei?

Penso che venga dall’isolazionismo che vigeva sotto il socialismo e dal sentimento egocentrico di avere il monopolio della sofferenza: è l’Europa dell’Est a soffrire, nessun altro può soffrire. È un sentimento infantile determinato anche da una scarsa curiosità. La classe media ceca e slovacca va in vacanza a Dubai o sulle spiagge della Turchia, ma è un turismo consumistico, non si interessa della cultura di quelle aree.

Come mai lei e la sua famiglia avete scelto la Svizzera?

Per caso. Alla fine degli anni ‘50 mia madre si trovava in prigione per un tentativo di fuga in Svezia via Polonia. Mio padre, invece, era avvocato a Bratislava e, in quanto tale, era considerato un “elemento borghese”, un nemico di classe. Non potendo svolgere la sua professione doveva lavorare come operaio in una cava di pietra. Erano entrambi traumatizzati dalla società in cui vivevamo. Così, quando le truppe del Patto di Varsavia sono arrivate, hanno pensato che sarebbe tornato tutto come negli anni ‘50.

In agosto io mi trovavo a Parigi in uno studentato mentre mia madre era a Vienna e mio padre era con mio fratello in Germania. Ci siamo ritrovati a Vienna. Mia madre voleva partire per il Canada. Davanti all’ambasciata canadese, però, c’erano tanti nostri connazionali. Così abbiamo fatto il giro delle altre ambasciate e ovunque c’erano lunghe file.

Bisognava aspettare i visti per giorni o settimane. Poi qualcuno ha detto: «La Svizzera accetta i profughi cecoslovacchi senza visto». Il Consiglio federale aveva deciso così. Fummo accettati collettivamente. Non fummo intervistati individualmente come si fa oggi per verificare che fossimo perseguitati: tutti quelli che avevano un passaporto cecoslovacco venivano accettati.

E lei? Voleva partire?

Io non volevo emigrare. Avevo 18 anni però. Sono stati i miei genitori a deciderlo. Mi sembrava vile andare via mentre il Paese era sotto quella minaccia. I miei genitori avevano sofferto sotto il comunismo, ma per un bambino o per un giovane come ero io la situazione non era così negativa.

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