Keystone
GRIGIONI
25.01.18 - 19:250

WEF, anche Lagarde contro Mnuchin

Guerra delle valute, braccio di ferro sul commercio, corsa al ribasso sul fisco per le imprese

DAVOS - Il Forum economico mondiale (WEF) di Davos (GR) si ritrova suo malgrado a fare da palcoscenico della marcia indietro della globalizzazione. E l'elefante in cristalleria Donald Trump si fa precedere dal suo ministro del Tesoro Steven Mnuchin, le cui parole per svalutare il dollaro costringono a intervenire il Fondo monetario internazionale.

Tocca a Christine Lagarde, direttrice generale del Fmi, bacchettare Mnuchin come un ragazzino dispettoso, dopo una serie di commenti che hanno fatto precipitare il dollaro ai minimi di tre anni sull'euro. "Forse Mnuchin potrebbe spiegare meglio i suoi commenti a favore di un dollaro debole", dice sarcastica di prima mattina a Davos la francese.

Mnuchin dapprima conferma le parole precedenti - «dove si trova il dollaro nel breve termine non mi preoccupa». Poi, alla fine, durante un acceso dibattito nel quale attira a tratti alcune risatine in sala, corregge il tiro: «nel lungo termine credo nella forza del dollaro». Un ottovolante che fa arricchire i trader, fa arrabbiare i cinesi iper-esposti al debito Usa (la tensione è evidente fra i rappresentanti di governo e istituzioni finanziarie qui a Davos) e maltratta il Forum delle nevi. La cui ultima aspirazione è quella di diventare teatro di un braccio di ferro, sia pure a parole, fra i big del mondo.

A raccontare candidamente che aria si respira nelle stanze chiuse dove banchieri, industriali e governi discutono del mondo, è il ministro dell'Economia italiano Pier Carlo Padoan. I colloqui «confermano c'è molta preoccupazione dei non americani su quello che l'amministrazione Usa potrà continuare a fare». E «se la riforma fiscale espansiva e la svalutazione del dollaro fossero accompagnate dal protezionismo, sarebbe sì un aiuto alla crescita Usa, ma anche una fonte d'instabilità per l'economia globale».

Il ministro italiano, più che del dollaro debole, si dice preoccupato per le «tensioni protezionistiche». E alla domanda se Trump, arrivato in serata senza esporsi alla domanda più ovvia dei giornalisti nella serata, se stia bollendo in pentola una guerra commerciale, farà molto rumore, Padoan risponde che «qui c'è poco spazio, se uno si agita si vede subito». Di fronte all'atteggiamento degli Usa, in ogni caso, per il ministro italiano «l'Europa deve parlare con una voce sola, ricordare che la sua crescita è il risultato di una maggiore integrazione all'interno e di una maggiore all'esterno, che alla fine fa bene anche agli Usa come alla Cina e ai Paesi emergenti».

Ma è lo steso Padoan a consigliare prudenza. Cosa potrebbe succedere se il braccio di ferro attuale si trasformasse in una vera guerra commerciale? la Cina è convinta che Washington non abbia molte alternative rispetto al farsi comprare i treasuries da Pechino. Gli Usa sono convinti di non essere così alle strette. Nel caso di una corsa ai dazi, o di un dollaro troppo svalutato, Pechino potrebbe scaricare sui mercati centinaia di miliardi di debito Usa. «Se sul commercio prevalesse la via violenta, potrebbero crearsi grossi squilibri», ragiona Larry Fink, amministratore delegato di Blackrock.

Il disagio a Davos e della cooperazione internazionale vituperati da Trump, è palpabile. Gli Usa sono venuti a fare dichiarazioni di unilateralismo nel santuario del miltulateralismo e della cooperazione. E il presidente Usa, subito rintanatosi nelle stanze dei colloqui bilaterali con Theresa May e Benjamin Netanyahu, deve ancora parlare del suo "America First".
 
 

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