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ZURIGO / BELLINZONA
15.12.17 - 15:280
Aggiornamento : 15:47

«Colpite la Svizzera», chiesti due anni di carcere

La 31enne originaria di Winterthur, con un bachelor in economia aziendale, voleva unirsi all'Isis in Siria. La radicalizzazione è avvenuta attraverso internet

BELLINZONA - Due anni da scontare: è la richiesta di pena presentata dal Ministero pubblico della Confederazione (MPC) al processo a una trentenne svizzera accusata di «viaggi con finalità jihadiste» in corso oggi al Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona. Alla donna viene contestato di essere simpatizzante dei gruppi Al-Qaida e Stato islamico (ISIS) e le organizzazioni associate, in violazione alla legge federale che li vieta. La difesa si batte invece per l'assoluzione.

La giovane donna, presentatasi in aula con il capo coperto dallo hijab, ha ripetutamente rifiutato di rispondere alle domande del giudice Stefan Heimgartner sulla sua vita e sulle motivazioni che l'hanno spinta ad aderire all'ISIS. La 31enne, con un bachelor in economia aziendale, si è convertita all'islam nel 2009 e un anno dopo si è trasferita da Winterthur al Cairo assieme al marito egiziano; l'anno successivo dall'unione è nato un figlio.

Secondo quanto detto dall'accusa, la relazione con il marito si è col tempo raffreddata e parallelamente è iniziata la radicalizzazione della donna. Ciò è avvenuto soprattutto attraverso internet, in particolare grazie ai film del predicatore tedesco Pierre Vogel.

Nel dicembre 2015 la donna ha venduto tutti i propri averi per finanziare il viaggio per se e per il bambino fino in Siria. Il passaggio dalla località egiziana di Marsa Matrouh fino a Creta le sarebbe costato 12mila franchi. Dall'isola greca ha poi raggiunto Atene in volo e da lì, passando dalla Turchia, avrebbe dovuto giungere in Siria dove progettava di unirsi alle file dell'ISIS a Raqqa.

È stata arrestata dalle autorità greche il 2 gennaio 2016 alla frontiera con la Turchia. La donna comunque non si è data per vinta e ha tentato altre due volte di raggiungere la Siria. L'imputata è stata arrestata l'11 gennaio 2016 al suo arrivo in Svizzera. È stata rilasciata il giorno dopo ma le sono stati ritirati passaporto, carta di identità e patente e da allora deve annunciarsi ogni settimana alla polizia cantonale zurighese.

Secondo la procuratrice federale Juliette Noto, a spingere la zurighese a raggiungere lo Stato islamico è stata la convinzione che esso rappresenti l'unica possibilità per vivere da musulmana devota seguendo la legge islamica. La donna ha respinto i valori occidentali, ritenendo di non avere alcun futuro in Svizzera. La Confederazione, a suo avviso, è in lotta contro l'ISIS ed è quindi giusto che sia colpita da un attentato.

Con la sua intransigenza nel sostenere questa idea, rileva il MPC, la donna è diventata una minaccia. In primo luogo mettendo in pericolo la vita del figlio, che non era in grado di decidere da solo ed è stato costretto a seguire la madre in un pericoloso viaggio sulla rotta del Mediterraneo. La donna ha però anche promosso la propaganda dell'ISIS, caldeggiando atti terroristici nei paesi occidentali. Per questo motivo la procura chiede una pena di 24 mesi di carcere da scontare a cui si dovranno aggiungere le spese procedurali.

Secondo Lukas Bürge, difensore della donna, invece, la libertà è da sempre anche la libertà di chi la pensa diversamente. Per il legale, la 31enne non può essere punita solo per il fatto di pensare in maniera diversa rispetto alla maggioranza degli svizzeri e per aver voluto vivere in un sistema che corrisponde alle sue convinzioni religiose. Non le si può attribuire alcun incitamento alla violenza e neppure una partecipazione attiva alle attività criminali dell'ISIS. Inoltre, non vi è alcuna prova concreta che abbia voluto trasformare il figlioletto in un martire. L'avvocato ha chiesto l'assoluzione della donna, un risarcimento per le ingiustizie subite e l'assunzione dei costi procedurali da parte dello Stato.

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